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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


3 febbraio 2006

I LUOGHI DELL’ANIMA – SECONDA PARTE

Londra è una città che non ho amato. Ma è una città in cui ho amato. E sono stata amata. E l’usignolo durante la notte, e l’allodola all’alba. È terribilmente kitsch, lo so, ma c’erano davvero, cosa ci posso fare? A volte chiudo gli occhi e mi sento straziare di nostalgia per posti assolutamente anonimi: uno scorcio dalle parti di Marble Arch, un marciapiede vicino al Parlamento, roba così. Il Mac Donald’s, l’unico in cui sia mai entrata e ci sono tornata, poi, dopo la tua morte. A mangiare e a bere le stesse cose, da sola, allo stesso tavolo, piangendo come una fontana su un big mac quasi privo di sapore. Da qualche parte, a Londra, c’è anche un posto in cui ho fatto pipì in mezzo alla strada. Perché di bar nelle vicinanze non ce n’erano, e i cessi pubblici alle dieci di sera chiudono. E l’aeroporto, sì, Gatwick, dove l’intero corpo di polizia si è mobilitato a darmi la caccia perché mi avevano presa per una terrorista araba, un po’ per via di una borsa incoscientemente abbandonata; un po’ per via della circostanza che mancavano poche ore al bombardamento americano su Tripoli col supporto logistico della Gran Bretagna – noi non lo sapevamo, ovviamente, ma loro sì, ed erano in stato di massima allerta; un po’ per via di questa foto,

                            

che se uno si era fatto l’idea che potessi essere araba difficilmente, guardandola, sarebbe stato indotto a ricredersi. Un mezzo finimondo, ho scatenato.
E il Sahara,



le sue distese sconfinate io che ho sempre la vista sbarrata dalle montagne, allora più di ora, in quel buco di paese assediato dalle montagne, la vista castrata, da faticare persino a immaginare che ci fosse qualcosa al di là, che il mondo continuasse, da arrivare, irrazionalmente, a dubitare che ci fosse addirittura vita al di là di quelle orrende barriere, le dune a perdita d’occhio, il colore che cambia di sfumatura ad ogni batter di ciglia. E il movimento lento del dromedario, fatto apposta per cullare i pensieri, quasi ipnotizzante. E un’oasi, non ricordo quale, il senso di frescura, il senso di pace per gli occhi in quel verde e tu che bussi alla mia porta e io ti chiedo stupita, a quest’ora? E tu con voce cantilenante rispondi, l’amore non ha orologio! mentre ridacchi nella tua barba da pirata. Qualcosa di incredibile, il deserto. Bisognerebbe passarci almeno una settimana all’anno, per ritemprarsi il corpo e l’anima.
E poi, sì, devo assolutamente parlare di quel luogo incantato che è il Giardino degli Aranci



sull’Aventino e la vertigine dei tuoi sedici anni, e la notte intorno e Roma illuminata ai nostri piedi. E non può mancare Cibiana, in questa panoramica dei miei luoghi dell’anima. Per raggiungerla si prende una deviazione tra Cortina e Pieve Tesino. Poi ad un certo punto bisogna lasciare la macchina e proseguire a piedi. Paese forse unico al mondo per alcune caratteristiche singolari. Una è l’eredità delle case: quando muoiono i proprietari, la casa viene ereditata da tutti i figli, e poi da tutti i figli dei figli e così via, in parti uguali. E capita così che uno abbia la proprietà di una stanza, o anche mezza. Molti se ne sono andati, come la famiglia dell’amica che mi ci ha portata, ma nessuno vende quelle case. L’altra caratteristica sono i murales, che ricoprono tutte le case del paese, e narrano le vicende occorse ai suoi abitanti. Si percorrono le vie del centro, e si “legge” la storia del paese.







Anche Moricone è un piccolo paese: uno stupendo borgo medievale abbarbicato su una collina,



a qualche decina di chilometri da Roma. E la luna piena che ci spiava. Ci si erano trasferiti S. e A., in fuga da Roma dopo il quinto furto in casa e dopo l’elezione di Cicciolina. E avevano immediatamente portato lo scompiglio in quel sonnolento paese che mai aveva visto una coppia formata da due uomini. «Ma non avete problemi?» avevo chiesto a S. «Sai – mi aveva risposto – noi siamo ricchi, e ai ricchi si perdona tutto. Un operaio sarebbe uno schifoso finocchio, noi siamo dei simpatici eccentrici». Col loro arrivo, poi, hanno cominciato a uscire allo scoperto tutti quelli che mai, fino a quel momento, avevano osato rivelarsi. Come quel delizioso contadino che con orgoglio mi ha raccontato: «Sono stato con tanti io, sa! Sono stato anche con XY. È stato contento. Perché io me ne intendo, sa: sono trent’anni che mi piacciono i ragazzi, a me». XY è un attore famoso, la cui omosessualità non è mai stata dichiarata, e mai, vedendolo, si potrebbe sospettarlo di finocchieria, e meno che mai di checchitudine.
Che altro? Qualche angolo, qualche flash: l’Alhambra,

                       

dove non ho scattato neanche una foto ma mi sono seduta per terra e ho pianto, sopraffatta da tanta bellezza. La saletta della National Gallery in cui nella penombra e in religioso silenzio, si contemplano i disegni preparatori per la Vergine delle Rocce. Un angolo di Padova talmente nascosto che non sempre riesco a trovarlo.
Infine, per concludere questa breve scorribanda tra i miei luoghi dell’anima, devo ricordare la Jemaa el Fnaa, a Marrakesh.



Solo ricordarla, non descriverla, perché ciò richiederebbe parole che le lingue umane non contengono, così come rinuncio a descrivere le emozioni che questo luogo è in grado di suscitare in chi abbia la ventura di visitarlo.

Ecco, ho completato il mio compitino. Spero che il maestro sia soddisfatto, che i lettori non si siano annoiati, che le mie nostalgie non siano apparse troppo patetiche.
Rilancio la palla a nasigoreng, sagredo, Esperimento, Silverlynx, watchdogs.

barbara




permalink | inviato da il 3/2/2006 alle 18:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (21) | Versione per la stampa
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