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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


2 febbraio 2006

I LUOGHI DELL’ANIMA – PRIMA PARTE

Chiamata in causa da quella buonadonna del mio ex cognato, eccomi ad affrontare per la seconda volta una catena. Mi si chiede, questa volta, di evocare i miei luoghi dell’anima. Che non daranno luogo a una produzione simile a quella della suddetta buonadonna, perché io sono una bimba povera e non ho né viaggiato a lungo per diletto, né avuto un mestiere che mi permettesse di farlo a spese altrui. Proverò comunque a svolgere al meglio il compitino assegnatomi. E per prima cosa, visto che adesso il gioco l’ho in mano io, gli ho cambiato il nome e l’ho chiamato, appunto, i luoghi dell’anima.

Il mio primo luogo dell’anima, va da sé, è la Somalia, di cui non parlerò qui visto che già l’ho fatto e continuerò a farlo per decine di pagine.
L’altro luogo, che non è un vero luogo bensì una categoria, è il mare d’inverno.
 


Avevo quindici anni quando ho cominciato a tampinare mio padre per convincerlo a portarmici. Lui si rifiutava, perché “non c’è niente da vedere”. Alla fine, dopo un anno di assedio, l’ho preso per stanchezza. Arrivati sulla spiaggia di Chioggia, continuava a ripetere soddisfatto: «Visto? Non c’è niente! Visto? Abbiamo buttato via un pomeriggio per niente! Visto? Avevo o non avevo ragione a non volerci venire?» E io non rispondevo. Io non potevo rispondere perché avevo la gola strozzata dall’emozione di trovarmi di fronte a un simile incanto. Poesia pura. Magia. Ci sono stata altre volte, poi, al mare d’inverno. Sono stata a Venezia, godendo del perdermi tra calli e campielli decorati da quegli ineguagliabili pizzi di pietra in interminabili camminate. A Rimini, l’unica volta che ci ho messo piede, in una sorta di disperato pellegrinaggio alla ricerca – vana, sì, questo lo sapevo da prima di partire – di ciò che avevo perduto. O che mi era stato rapinato, a seconda dei punti di vista. E mi è rimasto – pensa un po’ che esseri buffi siamo – il ricordo del tuo cane. A Igea Marina, dove ho scoperto che il disgusto provocato da un dandynoso foulard di seta drappeggiato sotto il colletto della camicia al posto della cravatta può essere tale da dare il via a una valanga in grado di travolgere la più infuocata delle passioni. E poi anche perché eri un gran bastardo, diciamolo una buona volta. E a Cattolica. In Bretagna invece era estate, ma era uguale come se fosse inverno, preciso sputato.



Poi le metropolitane. Le amo tutte. Le ho sempre amate, dal primo giorno che le ho incontrate, amore a prima vista, colpo di fulmine, passione senza limiti. Quella cosa stupenda che permette perfino a una come me, capace di perdersi in un paese di due chilometri quadrati con una strada principale e due traverse, di arrivare a destinazione in una metropoli di dieci milioni di abitanti. E poi l’atmosfera delle metropolitane, il profumo, l’umanità. C’è un che di divino, nelle metropolitane, bisognerà proprio riconoscerlo. Amo quelle anonime e frettolose di Londra; quelle di Parigi, ogni angolo delle quali riserva una sorpresa; quella di Praga, dove un tale mi si è avvicinato mostrandomi, con aria furtiva, qualcosa che teneva nascosto nella mano, così come gli sporcaccioni d’altri tempi mostravano le cartoline osé. Faccio segno che non mi interessa e proseguo e lui, in tono dimesso, più per non fare cattiva impressione che per fermarmi davvero, dice in tedesco: «Io controllo i biglietti». La cosa che teneva in mano e che mostrava furtivamente era il tesserino di riconoscimento. E le metropolitane di Mosca, ogni stazione un’opera d’arte, con dipinti e statue, marmi e stucchi.



                                                                             

Dove capita che in una stazione in cui si incrociano tre linee chiedo a una sorvegliante in quale direzione è quella che devo prendere io. La mia pronuncia russa è perfetta, ma il nome della stazione lo ricordo male. La donnina però si impegna, e dopo qualche riflessione arriva a capire dove voglio andare, e mi indica la direzione giusta. E quando arrivo ed esco dalla metropolitana, scopro che ciò che avevo letto e che credevo una mezza bufala, è verità sacrosanta: tutte le cartine stradali dell’Unione Sovietica sono falsificate. Sulla carta, uscendo dalla stazione del metrò, c’è una strada con un determinato nome che va diritta. E invece non c’è. C’è invece, con tutt’altro nome, una strada enorme, di quelle a novantasette corsie e lunghe ottocento chilometri, sulla destra. E sulla carta non c’è. In Unione Sovietica, del resto, era vero anche ciò che scriveva Saverio Vertone in L’ultimo manicomio. Cose tipo: l’interruttore della luce della camera sta dietro la testiera del letto. Per accenderla devi spostare il letto, accendere, rimettere al posto il letto. Poi leggi fino a quando ti viene sonno, e a quel punto scendi dal letto, vai dalla parte dei piedi, tiri il letto, torni alla testa, spegni la luce, torni dai piedi, a tastoni nel buio, spingi di nuovo il letto contro il muro e finalmente, sempre a tastoni, torni a letto. Solo che a questo punto il sonno ti è passato, e ricominci tutto da capo. D’altra parte l’Unione Sovietica è anche il posto in cui sono riuscita a far ridere un ufficiale sovietico in servizio, e sfido chiunque a vantare altrettante e altrettali benemerenze. E quell’incontro nel metrò di Parigi. Era di sabato, e non avevo avuto lezione. Mi ero messa in marcia alle otto, avevo camminato e camminato, macinato decine di chilometri, visitato mostre e musei e chiese e monumenti, avevo fotografato e mi ero fatta venire i crampi allo stomaco per una cameriera talmente cafona e arrogante da farmi venire voglia di picchiarla. Alle sei di sera ero sfinita. E arrivo alla Gare Saint Germaine, immensa, se prendi l’uscita sbagliata poi devi camminare mezz’ora prima di ritrovarti. Il suono arriva da lontano, mentre sto sul tapis roulant. E subito mi prende, mi cattura, mi strega. Sono un gruppo di musicisti neri.



Quando li raggiungo poso per terra il golf di lana, mi ci siedo sopra e mi metto ad ascoltare. Loro suonano, e nel loro suono la mia stanchezza si scioglie, evapora la tensione, si sbriciola la rabbia. Ad un tratto uno dei suonatori mi fissa negli occhi. Lo fisso anch’io, e attraverso gli occhi mi entra dentro, il suo corpo interamente dentro il mio, in una compenetrazione totale. Se ho provato desiderio? No, non c’era più niente da desiderare: era già interamente dentro di me, attraverso i miei occhi; ero già interamente dentro di lui, attraverso i suoi occhi. Un’altra cosa che ho immensamente amato, di Parigi, è la Conciergerie:



avevo la sensazione, lì dentro, di respirare la storia. Speravo di riuscire a respirarla anche a Versaille, ma sono rimasta delusa: lì si potevano visitare solo le grandi sale, quelle in cui la storia veniva annunciata, ma le stanze private, i passaggi segreti, vale a dire i luoghi in cui la storia veniva FATTA, quelli no, non li lasciano raggiungere. E così la storia, a Versaille, non l’ho respirata. E quanto ho pianto, in terza elementare, quando la maestra ha detto che la Bastiglia era stata distrutta: “E adesso come faccio a vederla?” chiedevo. E lei non capiva. E una piccola piazza, non ricordo dove, non ne ricordo neanche il nome, ne ricordo solo l’incanto. Assomigliava alla Place de la Contrescarpe, una cosa così,



un’oasi di pace, un incanto per gli occhi, un gioiello. È stato quel giorno, me lo ricordo bene, che dalle parti dell’anfiteatro di Lutetia sono entrata in un bar, sfinita come al solito da un’intera giornata di vagabondaggi, e ho chiesto «Un café noir. Très noir. Très fort. Très italien». E il barista ha risposto «Aha, un petit café!» Così ho finalmente scoperto come dovevo fare per bere un caffè decente. E da quel giorno Parigi è diventata un posto molto più vivibile.

barbara




permalink | inviato da il 2/2/2006 alle 21:1 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (25) | Versione per la stampa
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