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Diario


25 gennaio 2006

SOMALIA, CONSIDERAZIONI POSTUME 1

Ci sono stata per due semestri, come docente di italiano all’università di Mogadiscio, negli anni 1986 e 1987. Un’esperienza straordinaria, unica, indimenticabile. Ho raccontato in dieci post – nove dei quali scritti nelle ultime settimane di permanenza e uno subito dopo il mio ritorno – vari episodi e aspetti della mia vita lì. Ora vorrei fare qualche riflessione, a quasi vent’anni di distanza.
Terra sfortunata come poche altre, quella di Somalia, con una natura matrigna che l’ha dotata di un suolo avaro, e decenni di colonizzazione italiana. Che non è stata quella robetta all’acqua di rose che ci hanno raccontato i nostri edulcoratissimi libri di storia. Le colonizzazioni italiane fanno impallidire la ferocia di quelle inglesi e francesi e reggono il paragone solo con quella belga: in Libia abbiamo istituito campi di concentramento in cui non c’erano camere a gas, è vero, però in compenso non si dava da mangiare. E infatti non ci sono stati sopravvissuti. E abbiamo lasciato circa dieci milioni di mine, che continuano ad esplodere ancora oggi. In Etiopia, scoperto che le bombe chimiche facevano danno solo dove cadevano, si è scelto di irrorare di gas campi e fiumi e pozzi e laghi, in modo che la gente potesse continuare a morire anche dopo. E in Somalia sono state attuate razzie, come gli americani facevano in Africa quattro secoli fa, per catturare schiavi. E varie altre cosine. C’erano un sacco di poliomielitici che chiedevano l’elemosina, quando ci sono stata io: i medici italiani avevano ripetutamente tentato di attuare campagne di vaccinazione, ma l’esperienza che i somali avevano fatto degli italiani era tale da indurli a ritenere ogni cosa che venisse da loro come una diavoleria di cui diffidare. Io avevo il “mio” poliomielitico personale: gli davo sempre qualcosa e, quando avevo tempo, mi accucciavo vicino a lui e facevamo due chiacchiere. Naturalmente anche a lui, come a tutti, avevo raccontato di essere sposata altrimenti, in assenza di un padrone maschio meritevole di rispetto, sarei stata alla mercè di chiunque avesse avuto voglia di prendermi. E lui si crucciava per la mia mancanza di figli e pregava tutti i giorni Allah, mi assicurava, perché me ne mandasse almeno una dozzina. Mi è però capitato di incontrare anche alcuni ferventi fascisti e mussoliniani. Il boy che si è occupato della mia casa negli ultimi mesi di permanenza, per esempio, un arabo sulla sessantina che lavava, stirava, rammendava, faceva i letti, puliva, faceva la spesa, cucinava e mi cantava “Faccetta nera”. E parlava con entusiasmo di quando c’era il governo fascista. Ricordo anche un altro tizio, che girava stracarico di carabattole da vendere: salutava tutti col saluto fascista e raccontava a tutti quelli che lo volevano sentire – e anche agli altri, per la verità – che “Mussolini non è morto, Graziani non è morto, il papa (Pio XI) non è morto: sono di là del mare e un giorno torneranno, e io prego perché quel giorno venga presto”.
A tutte queste disgrazie si è poi aggiunta la dittatura di Siad Barre, uno dei più spietati e sanguinari dittatori della seconda metà del secolo scorso, abbondantemente sostenuto e foraggiato dal governo Craxi, con Andreotti e poi De Michelis agli esteri. Sanguinario e corrotto, naturalmente, perché le due cose vanno sempre di pari passo. Ricordo, per esempio, quando è arrivata una nave di riso mandata dal governo italiano – ossia roba pagata coi nostri soldi. L’ho visto quando l’hanno scaricato: chilometri di camion stracolmi di sacchi di riso. Un mese dopo un chilo di riso costava l’equivalente di uno stipendio mensile di un professore di scuola media, di un impiegato di banca, di un poliziotto: tutto quello che avevamo mandato era andato a riempire le dispense di Siad Barre e, in parte, distribuito all’esercito, e in tutta la Somalia non si trovava un chicco di riso se non quello che i soldati si rivendevano, appunto, a quel prezzo osceno. Il che è esattamente quello che sempre succede con gli aiuti che vengono volenterosamente mandati al terzo mondo. Perché non è che in quei posti si muoia di fame e poi, in più, ci siano le dittature: lì ci sono le dittature e PER QUESTO si muore di fame. E tutto ciò che viene mandato viene impiegato unicamente a rafforzare le dittature e a tenere le popolazioni nella miseria e nella fame, in modo che non abbiano forza sufficiente a ribellarsi. La Somalia non faceva eccezione.

barbara






Alcuni dei miei studenti




permalink | inviato da il 25/1/2006 alle 19:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (17) | Versione per la stampa
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