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Diario


18 gennaio 2006

CHI È ABU MAZEN 3

Il premier palestinese non è un moderato

Di Jeff Jacoby
The Boston Globe
30 marzo 2003

In cambio di un ritiro delle truppe statunitensi e britanniche, Saddam Hussein manda a dire che è pronto a dividere un po’ del suo potere con un membro anziano della cerchia ristretta baathista. Anziché mantenere il controllo assoluto sull’Iraq, Saddam acconsente a nominare Tariq Aziz suo vice ufficiale. L’incarico comporterà qualche limitata autorità, come il diritto di nominare i membri del Gabinetto senza l’approvazione preventiva di Saddam. Ma Aziz terrà l’incarico su beneplacito di Saddam, dal quale continueranno a prendere ordini le forze di sicurezza. Vi sembra un buon affare? Del tipo di democratico “regime change” che George W. Bush e Tony Blair sarebbero lieti di accogliere? No, naturalmente. Ogni piano che lasci al potere Saddam o i suoi accoliti sarebbe un’ignominiosa sconfitta e un vergognoso tradimento del popolo iracheno. Qualunque altra cosa comporti il cambio di regime a Baghdad, dovrà quanto meno allontanare il dittatore e i suoi complici dal potere.
Perché dovremmo accontentarci di qualcosa di meno a Ramallah?
In un messaggio dello scorso giugno, Bush ha invocato una radicale trasformazione dell’Autorità Palestinese. «La pace richiede una nuova e diversa leadership palestinese» ha detto, promettendo che gli Stati Uniti non avrebbero sostenuto la nascita di uno stato per i palestinesi fino a quando non avranno «nuovi leader, leader non compromessi col terrorismo» e non avranno costruito «una democrazia basata sulla tolleranza e sulla libertà». Era una richiesta di un cambiamento di regime in tutti i sensi, e il suo significato era chiarissimo: Yasser Arafat e i suoi complici dovevano essere allontanati dal potere.
Tuttavia quando all’inizio di questo mese Arafat ha nominato Mahmoud Abbas – suo compagno da sempre nelle organizzazioni terroristiche Fatah e OLP – quale nuovo primo ministro palestinese, l’amministrazione è stata tutta sorrisi. «Lo accogliamo con favore - ha detto raggiante il segretario di stato Colin Powell – Questo, penso, è un positivo passo in avanti». Il consigliere per la Sicurezza Nazionale Condoleezza Rice ha detto che Abbas sarebbe stato il benvenuto alla Casa Bianca. E non è sembrata curarsi del fatto che Arafat sia rimasto saldamente a capo dell’Autorità Palestinese, che i nuovi poteri di Abbas sarebbero stati fortemente limitati, o che un’ANP guidata da Arafat e Abbas era la cosa più lontana che si possa immaginare da “nuovi leader, leader non compromessi col terrorismo”.
Anche la stampa ha toni positivi.  Abbas, riferisce Ibrahim Hazboun in una storia molto diffusa, è «un veterano avvocato della pace con Israele, e il più aperto critico dell’insurrezione iniziata 29 mesi fa». Pochi giorni dopo il suo collega ha qualificato il nuovo primo ministro come «pragmatico e moderato», definendo la sua nomina «la prima vera promessa della fine del sanguinoso conflitto israelo-palestinese».
Ma Abbas non è più moderato di Tareq Aziz, e nonostante la sua reputazione di “avvocato di pace” ha apertamente fatto appello alla violenza contro Israele.
Gli articoli su Abbas ricordano abitualmente che è conosciuto col nome di battaglia “Abu Mazen”. Nessuno o quasi nota l’anomalia di un presunto costruttore di pace che usa un nome di battaglia. Meno ancora hanno notato che non più tardi di quattro settimane fa ha chiarito che non sostiene la fine del terrorismo contro Israele.
Il 3 marzo, commentando il recente summit dell’OLP al Cairo con Hamas e Jihad islamica, Abbas ha detto al quotidiano arabo al-Sharq al-Awsat: «Non abbiamo parlato di interrompere la lotta armata. ... Abbiamo il diritto di resistere. L’intifada deve continuare e il popolo palestinese ha il diritto di resistere e di usare tutti i mezzi possibili». La sua unica riserva è che il terrorismo dovrebbe essere limitato ai territori contesi: Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme est. Questo è il tipo di “moderazione” di Abbas.
A Camp David nel 2000 Abbas è stato fra coloro che hanno spinto Arafat a rifiutare la proposta di pace israeliana, informa il politologo Dan Schueftan, già consigliere di Yitzhak Rabin. I palestinesi non devono rimpiangere di avere rifiutato l’offerta israeliana del 95 per cento della terra, ha poi detto Abbas, «perché il 95 per cento non è il 100 per cento». E insiste non solo sul fatto che Israele deve cedere ogni pollice della terra occupata per autodifesa nel 1967 – compresa la città vecchia di Gerusalemme e i luoghi santi ebraici – ma anche che a milioni di palestinesi deve essere dato un illimitato diritto di immigrare in Israele. Questo, naturalmente, significherebbe la fine dello stato ebraico – esattamente ciò che il Fatah e l’OLP hanno perseguito per 40 anni.
Un inflessibile radicale che sostiene il terrorismo non è né un moderato, né un avvocato di pace – anche se parla un buon inglese e porta abiti di buon taglio. Il complice di tutta una vita di Yasser Arafat non è un esempio di democrazia e tolleranza. Un’Autorità Palestinese guidata dagli stessi terroristi che l’hanno guidata fin dall’inizio – anche se con un lieve spostamento di poteri e portfolio – non è una “nuova e diversa leadership palestinese”.
Come gli afgani meritano qualcosa di meglio del mullah Omar e dei suoi delinquenti talebani, come gli iracheni meritano qualcosa di meglio di Saddam e del suo commando baathista, così i palestinesi meritano qualcosa di meglio di Arafat e Abbas. Il presidente Bush era stato fermo su questo punto lo scorso giugno. Non è tempo di tentennare.
L’indirizzo e-mail di Jeff Jacoby's è
jacoby@globe.com (traduzione mia)

barbara




permalink | inviato da il 18/1/2006 alle 15:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (8) | Versione per la stampa
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