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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


16 gennaio 2006

PRAGA, 16 GENNAIO 1969



Di antichi fasti la piazza vestita
grigia guardava la nuova sua vita,
come ogni giorno la notte arrivava,
frasi consuete sui muri di Praga,
ma poi la piazza fermò la sua vita
e breve ebbe un grido la folla smarrita
quando la fiamma violenta ed atroce
spezzò gridando ogni suono di voce...

Son come falchi quei carri appostati,
corron parole sui visi arrossati,
corre il dolore bruciando ogni strada
e lancia grida ogni muro di Praga.
Quando la piazza fermò la sua vita,
sudava sangue la folla ferita,
quando la fiamma col suo fumo nero
lasciò la terra e si alzò verso il cielo,
quando ciascuno ebbe tinta la mano,
quando quel fumo si sparse lontano,
Jan Hus di nuovo sul rogo bruciava
all'orizzonte del cielo di Praga...

Dimmi chi sono quegli uomini lenti
coi pugni stretti e con l'odio fra i denti,
dimmi chi sono quegli uomini stanchi
di chinar la testa e di tirare avanti,
dimmi chi era che il corpo portava,
la città intera che lo accompagnava,
la città intera che muta lanciava
una speranza nel cielo di Praga,

dimmi chi era che il corpo portava,
la città intera che lo accompagnava,
la città intera che muta lanciava
una speranza nel cielo di Praga,
una speranza nel cielo di Praga,
una speranza nel cielo di Praga...
(Francesco Guccini, Primavera di Praga)


Jan Palach (nato in Cecoslovacchia, oggi Repubblica Ceca, l'11 agosto 1948), studente di filosofia, assistette con simpatia alla stagione riformista del suo paese, chiamata Primavera di Praga. Questa esperienza, però, fu repressa militarmente dalle truppe del Patto di Varsavia, ed in particolare dall'Unione Sovietica, in pochi giorni. Per protestare contro quell'iniziativa bellica, Palach prima fondò un gruppo di volontari anti-URSS e successivamente decise di cospargersi il corpo di benzina in piazza San Venceslao a Praga, appiccando il fuoco con un accendino (16 gennaio 1969).
Decise quindi di suicidarsi morendo carbonizzato, ma preferì non bruciare i suoi appunti e i suoi articoli (che rappresentavano i suoi pensieri politici), che tenne in uno zaino molto distante della fiamme. Tra le dichiarazioni trovate nei suoi quaderni, spicca questa: "Poiché i nostri popoli sono sull'orlo della disperazione e della rassegnazione, abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta e di scuotere la coscienza del popolo. Il nostro gruppo è costituito da volontari, pronti a bruciarsi per la nostra causa. Poiché ho avuto l'onore di estrarre il numero 1, è mio diritto scrivere la prima lettera ed essere la prima torcia umana. Noi esigiamo l'abolizione della censura e la proibizione di Zpravy (il giornale delle forze d'occupazione sovietiche). Se le nostre richieste non saranno esaudite entro cinque giorni, il 21 gennaio 1969, e se il nostro popolo non darà un sostegno sufficiente a quelle richieste, con uno sciopero generale e illimitato, una nuova torcia s'infiammerà". Questo clima portò a drammatiche conseguenze: almeno altri sette studenti, tra cui l'amico Jan Zajíc, seguirono il suo esempio e si tolsero la vita, anche se la notizia non è sicura poiché le TV locali non le diedero tanta importanza.
(ripreso e adattato da Wikipedia)

Jan Palach morì il 19 gennaio 1969, dopo tre giorni di agonia (
e per quei tre giorni, l'Unità mantenne la notizia fra le righe, fuori dal titolo; solo il giorno dei funerali concesse la prima pagina). I suoi funerali, celebrati il 25 gennaio 1969, vennero seguiti da quasi un milione di persone.


La sua tomba divenne presto un luogo di culto, dove i dissidenti del regime comunista andavano a porgere il loro silenzioso saluto in segno di protesta contro la dittatura. Le autorità cecoslovacche, preoccupate per questo crescente fenomeno di massa, decisero, nel 1973, di allontanare le spoglie di Palach e traslare i resti del suo corpo a Vsetaty, a pochi chilometri dal suo luogo di nascita.
Dopo il crollo del comunismo e la caduta del Muro di Berlino, la figura di Palach, messa in ombra da decenni di dittatura, venne rivalutata, al punto che nel 1990 il presidente della Repubblica Cecoslovacca Vaclav Havel gli dedicò una lapide per commemorare il suo sacrificio in nome della libertà.


Oggi, una moltitudine di circoli e associazioni studentesche portano il suo nome e lo ricordano come un martire, morto per difendere i suoi ideali.
Dal mese di ottobre del 1990 le sue ceneri si trovano nel cimitero di Olsany, a Praga.

barbara




permalink | inviato da il 16/1/2006 alle 0:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (26) | Versione per la stampa
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