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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


7 gennaio 2006

RICORDI DI SOMALIA 9

Ammalarsi a Mogadiscio

L'importante è trovare un medico. Non che i medici manchino, ma il problema è raggiungerli: il telefono in casa è privilegio di pochi. Tu che ti sei ammalato, naturalmente, non sei fra gli eletti. Non ti resta, dunque, che scendere dal letto, vestirti, uscire, chiudere la porta, ricordandoti di fare tutte e otto le mandate -­ serve per informare il vicinato che è chiuso bene -­ idem per il cancello, quindi cercare un taxi, pregando Dio, Allah, Javeh, e magari anche Giove e Giunone che non si sa mai, che il tassista non sia ubriaco: capita raramente, ma quando capita, in questi posti musulmani e analcolici, sono guai seri. Trovato il taxi, devi aver pronta una piccola -­ ma a volte anche grande ­- riserva di energia per contrattare il prezzo della corsa: quello che arrivi, alla fine, a spuntare, è sempre lo stesso, ma il tempo che impieghi per arrivarci è molto variabile: dai 5 secondi ai 15 minuti. Finalmente sali, e durante la corsa ripreghi tutti gli Iddii di cui sopra di arrivare indenne: i fari non ci sono, le frecce mancano, le gomme potrebbero essere efficacemente utilizzate per la pubblicità di un lucido da scarpe, la convergenza è un'opinione, le sospensioni un'utopia: sono le auto che i benefattori europei generosamente vendono ai somali, guadagnandone quanto basta per ripagarsi dell'acquisto, spedizione e uso per tutta la durata della missione. Incredibilmente, quasi sempre si arriva indenni. Mentre ti avvii all'ambulatorio, seguiti a pregare: stavolta preghi che il caso non sia da ricovero: se sopravvivere alla malattia è impresa ardua, sopravvivere al ricovero è impresa pressoché disperata. Può accadere, ad esempio, che il chirurgo sia costretto ad aprire costati e addomi tra nugoli di mosche fameliche: le buone suore italiane, cattoliche apostoliche romane, sostengono che spruzzare insetticidi non è cosa di loro competenza. Talvolta l'intervento del vescovo può valere a sbloccare la situazione, ma ciò non è garantito.
Nel frattempo sei entrato nell'ambulatorio, e scopri che oggi sono di turno l'ortopedico e il ginecologo, mentre tu hai forti e pressanti ragioni per supporre che il tuo problema sia un'infezione intestinale. Ma non importa, in qualche modo si farà: la solidarietà, in terra straniera, è d'obbligo. Finalmente si rintraccia il medico giusto, il quale ti ascolta, ti visita, e ti fa una bella ricetta. Proprio bella. Se ti viene voglia di incorniciarla e appenderla al muro, fallo pure, senza scrupoli: ad altro non ti servirà. In nessuna farmacia di Mogadiscio troverai mai quelle medicine. E neanche altre, del resto. In farmacia troverai alcool, cotone, assorbenti, acqua minerale, scatole di Idrolitina, a volte vasi di vetro con pastiglie sfuse di aspirina, di tanto in tanto sciroppi vitaminici. Raramente altro. E i partner privilegiati stanno a guardare. Dunque, niente medicine. Quindi ti rimetti a letto, e affidi la ricetta a un amico volenteroso che si mette a fare il giro di colleghi, amici, conoscenti, alla ricerca di qualcuno che abbia una piccola scorta del farmaco prescritto. La ricerca può durare da tre giorni a tre settimane. Quando si sarà conclusa, le medicine non ti serviranno più: o sarai deceduto, o nel frattempo sarai guarito da solo, con la forza di volontà e con la fede in Dio ­ o in qualunque altra entità tu abbia incaricato di vegliare sulla tua salute.

barbara








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