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Diario


5 gennaio 2006

PERCHE' LO STATO D'ISRAELE COSTITUISCE UN PROBLEMA PER L'ISLAM?

Un vecchio articolo di Johannes Gerloff, corrispondente di Israelnetz da Gerusalemme, che ci aiuta a capire alcune cose sulla questione israelo-palestinese.

“Il processo di pace contrasta fondamentalmente la nostra ideologia e religione!” Il dichiarato musulmano secolare Moslem Rashid si sforza di spiegarmi perché da parte palestinese ci sia così tanta resistenza contro gli sforzi diplomatici per una soluzione ragionevole, secondo la visione occidentale, del conflitto mediorientale.
Secondo un’inchiesta del maggio 2001, il 76,1 per cento dei Palestinesi interrogati si sono dichiarati favorevoli agli attentati suicidi contro Israele. Questo non dipende soltanto da più di 30 anni di occupazione israeliana e dalle conseguenti sofferenze. Anche la mancanza di una patria per 3,5 milioni di Palestinesi non spiega il fatto che degli adolescenti si lascino educare a diventare delle bombe umane, e che i genitori siano fieri dei loro rampolli che volontariamente vanno verso la morte, e che le guide religiose apertamente benedicano il tutto.
Il motivo fondamentale dell’accanita resistenza del mondo islamico contro lo Stato ebraico si trova sul piano religioso. Rashid, agente assicurativo di el-Azariya, dichiara, a nome di milioni di Musulmani: “Secondo la dottrina islamica, noi non possiamo cedere nemmeno il più piccolo pezzo di terra della Palestina”.
La dottrina islamica divide il mondo in due aree di potenza. La “Casa dell’Islam” (Dar al-Islam), che viene detta anche “Casa della pace” (Dar e-Salaam), è il territorio che si trova sotto la “Sharia”, il diritto islamico. Questa zona è costituita da tutti i paesi in cui l’Islam è la religione di Stato.
Il resto del mondo viene indicato come “Casa della guerra” (Dar al-Charb). Questa zona è costituita da tutti i paesi non (ancora) islamici.
Qui viene alla luce una delle più importanti differenze tra Islam e Cristianesimo. Secondo la visione biblica, il Regno di Dio comincia nel cuore delle singole persone e di lì si allarga fino a diventare una comunità di credenti. E’ decisivo quello che avviene nella vita della singola persona, non il possesso della terra o il diritto giuridico.
Nell’Islam invece è decisivo il sistema giuridico vigente in un determinato territorio. Quindi possono essere considerati “Casa dell’Islam” anche paesi in cui gran parte della popolazione non è musulmana.
Il mezzo attraverso cui avviene l’islamizzazione del mondo si chiama in arabo “Jihad”, “Guerra Santa”. E’ “Jihad” tutto quello che serve all’estensione della “Casa dell’Islam”. Questo comprende non soltanto i soliti metodi di guerra o il terrorismo degli Islamisti radicali, ma anche e soprattutto l’invito fatto agli infedeli ad una volontaria conversione (Sura 2,256; 3,20; 8,7-8).
Appartiene alla “Jihad”, per esempio, fare opera di convinzione, in un centro islamico in Germania, affinché gli uomini sposino donne tedesche. Fanno “Jihad” i Musulmani che depositano il Corano negli alberghi o costruiscono moschee in occidente. Tutto quello che serve alla diffusione dell’Islam è “Guerra Santa”, anche dei metodi che in campo cristiano sarebbero indicati come “missione” o “evangelizzazione”.
Gli “uomini del libro”, come vengono chiamati nel Corano gli Ebrei e i Cristiani, sono “Dhimmi”, cioè persone di seconda classe. Come tali hanno, secondo la “Sharia”, diritto di esistenza (temporaneo). Nella “Casa dell’Islam” non è importante quello che le persone pensano, credono o sentono. Quello che conta è il sistema giuridico che governa la loro vita. Per questo è possibile che Musulmani, Ebrei e Cristiani abbiano potuto vivere insieme pacificamente per secoli sotto il governo musulmano.
In tutto questo però gli Ebrei occupano una posizione più bassa di quella dei Cristiani. Secondo le affermazioni del Corano, gli Ebrei, a differenza dei Cristiani, stanno sullo stesso livello dei pagani e si mostrano “estremamente ostili ai fedeli” (Sura 5,82). Per questo Allah ha detto degli Ebrei: “Nell’aldiqua avranno vergogna e nell’aldilà dovranno aspettarsi un duro castigo” (Sura 5,41). Gli Ebrei meritano “soltanto vergogna nella vita terrena. E nel giorno della risurrezione verranno colpiti con il più severo castigo” (Sura 2,85).
Secondo la dottrina del Corano, la “Casa dell’Islam” si estende sempre di più. Questo non dipende dagli uomini, ma dalla volontà di Allah che combatte per mezzo dei suoi fedeli (cfr. Sura 8,10.17). In tutto il mondo una parte sempre più grande di terra viene sottomessa alla Sharia. E in questo si può riconoscere l’essenza di Allah, l’onnipotenza del Dio dell’Islam.
Allah è onnipotente, si dice. E inoltre: Allah è l’unico vero Dio. Maometto afferma: “L’Islam è sempre superiore, non c’è nulla più grande di lui”.
Questa pretesa si vede chiaramente nel richiamo del Muezzin al culto, che deve essere più forte del suono delle campane delle chiese; e anche nell’architettura, perché quando una moschea si trova vicino ad una chiesa, il suo minareto è più alto, come per esempio vicino alla chiesa della natività in Betlemme o vicino alla chiesa della tomba in Gerusalemme.
Il Corano dice (Sura 5.56): “Quelli che stanno dalla parte di Dio saranno vincitori”. Secondo l’insegnamento del Corano, un giorno tutto il mondo sarà “Dar al-Islam”, “Casa dell’Islam”. Allora la vita di ogni persona sarà regolata dalla “Sharia”, il diritto islamico, anche se non tutti diventeranno musulmani.
Il Regno di Allah coincide con l’estensione politica dell’Islam e la validità giuridica della Sharia. Secondo la dottrina islamica, un territorio che è stato islamico non può più essere de-islamizzato. Quindi, per esempio, nella teologia dei musulmani anche la Spagna o i Balcani sono “waqf”, territorio musulmano. E gli eserciti di Allah sono obbligati a riconquistare il territorio islamico quando questo è andato perduto.*
L’orientalista Moshe Sharon, professore di storia islamica all’Università Ebraica di Gerusalemme, arriva alla conclusione che con la costituzione dello Stato di Israele nell’anno 1948 sono state infrante tutte le leggi islamiche relative al territorio, ai luoghi santi e alla posizione degli Ebrei. Per il musulmano non è grave soltanto il fatto che i luoghi santi dell’Islam in Gerusalemme siano caduti in mani ebree, ma è soprattutto grave il fatto che in Israele gli Ebrei governino sui Musulmani.
Per questo il Grande Mufti di Gerusalemme, Scheikh Said al-Sabri, ha chiesto ai Musulmani in Israele di non votare il 4 febbraio 2001. Due giorni prima che Israele andasse alle urne per votare un nuovo Primo Ministro, il Capo Supremo religioso di tutti i Musulmani in Israele e nei territori dell’Autonomia Palestinese ha invitato gli arabi a non riconoscere la sovranità ebrea sul territorio islamico.
Non esiste dunque nessuna possibilità di ottenere una pace (anche soltanto provvisoria) in terra santa? Una vera amicizia tra Musulmani e infedeli è fondamentalmente da escludere (Sura 3,118; 4,89-90.138-139; 4,144-145). Il profeta Maometto ammonisce i suoi seguaci: “O fedeli! Non prendete come amici gli Ebrei e i Cristiani! Tra di loro essi sono amici, ma non con voi. Se qualcuno di voi si unisce a loro, appartiene a loro e non più alla comunità dei fedeli” (Sura 5,51).
In parole povere: un Musulmano che stabilisce un’autentica amicizia con un infedele e conclude con lui una vera pace si esclude da solo, automaticamente, dalla comunità dei veri Musulmani.
E tuttavia la teologia islamica offre una via d’uscita. Se il nemico non musulmano è troppo forte e non può essere vinto, una tregua è possibile (cfr. Sura 3,28; 4,101).
Un precedente storico famoso si trova nella biografia di Maometto. Nell’anno 628 Maometto voleva tornare come pellegrino nella Mecca, sua città natale. Ma la città era governata dalle tribù Kureish, che non si vollero sottomettere alla sua autorità. Poiché le tribù Kureish erano troppo forti e Maometto non aveva la possibilità di sottometterle, concluse con loro un trattato di pace.
I Kureish si sentirono sicuri e si disarmarono. Ma nell’anno 630 Maometto marciò con 10.000 soldati contro la Mecca e provocò un orribile bagno di sangue. Sia il massacro, sia la rottura del trattato sono giustificati dal diritto islamico, perché servono alla gloria di Allah.
Yasser Arafat si è più volte giustificato davanti ai suoi correligionari musulmani chiamando gli accordi di Oslo
“accordi di Kureish”.
Per poter stabilire una simile finta pace è necessario che l’avversario sia molto forte. Se invece il nemico è debole, l’insegnamento del Corano obbliga ogni Musulmano a riprendere la battaglia. “Ma noi siamo troppo deboli”, ha detto allora, rassegnato, anche l’agente assicuratore di el-Azariya.
Rashid non crede che i Palestinesi arriveranno ad un accordo con lo Stato ebraico. Per questo i fondamentalisti islamici devono continuamente riprendere la battaglia contro Israele non appena credono che lo Stato ebraico possa essere vinto.
Il giornale giordano “El-Rai” ha citato le parole di Faisal el-Husseini, considerato una volta il rivale moderato di Arafat, e morto il 31 maggio 2001 nel Kuwait per un attacco di cuore: “Dobbiamo riconoscere che lo slogan «dal mare fino al Giordano» per ora non è realizzabile ... Prima o poi però costringeremo la società israeliana a cooperare con la più grande società araba, il che alla fine condurrà per gradi alla definitiva dissoluzione della «grandezza sionistica»”.
Il palestinese Yasser Arafat fino ad ora ha sempre evitato di parlare, anche soltanto come possibilità, di “fine del conflitto”.
Forse è per questo che nel luglio del 2000 a Camp David non si è arrivati a nessun trattato di pace. Il Presidente americano Clinton allora era riuscito a ottenere che il Premier Ehud Barak concedesse ai Palestinesi il 97 per cento della biblica Giudea e Samaria, inclusa una parte di Gerusalemme e la sovranità sul luogo sacro dell’ebraismo, il monte del Tempio. Ma il testo dell’accordo conteneva anche la clausola che dichiarava la “fine del conflitto”. “Chi parla di fine del conflitto mediorientale dice sciocchezze”, afferma Moshe Sharon, consigliere dell’ex Primo Ministro Menachem Begin; “Questo conflitto è una guerra di Allah contro i suoi nemici”. Anche se i Musulmani volessero una vera pace, non sarà loro permesso di concluderla.
Perché se lo Stato ebraico di Israele avesse veramente un futuro, dal punto di vista islamico questo sarebbe una capitolazione dell’onnipotente Allah.
Per i fedeli Musulmani l’esistenza di uno Stato ebraico sul territorio musulmano pone la seguente domanda: Chi è il vero Dio? E’ il “Dio di Abraamo, Isacco e Giacobbe” o il “Dio di Abraamo, Ismaele ed Esaù”?
Fino a che anche il più piccolo pezzo di terra nella “Casa dell’Islam” resta occupato da uno Stato ebraico, la sua semplice esistenza dichiara la bancarotta di Allah.
(israelnetz.de, luglio 2001)

* recentemente ho letto che qualche anno fa Gheddafi aveva stanziato alcuni miliardi di dollari per finanziare la guerra che avrebbe dovuto riconquistare la Spagna. Poi, per non ricordo quale motivo, il progetto è stato accantonato, ma non abbandonato.

barbara




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