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Diario


12 dicembre 2005

LETTERA DA UN EBREO DEL MONDO ARABO

di David A. Harris

Quarta parte

Un'altra cosa provoca la mia agitazione.
Qualche volta sento che il mondo pensa al problema dei profughi palestinesi come all'unico problema di questo tipo.
Tragicamente, ci sono stati centinaia di milioni di profughi nella storia, probabilmente anche di più. Presto o tardi, tutti trovano una nuova casa e cominciano una nuova vita. E ci sono stati pesanti scambi di popolazione come risultato delle guerre e della ridefinizione dei confini territoriali. Milioni di persone si stavano muovendo in entrambe le direzioni, quando la Gran Bretagna spartì India e Pakistan nel 1947, e Grecia e Turchia fecero esperienze di ancora più grandi dimensioni all'inizio dello scorso secolo.
Niente di tutto questo è detto per minimizzare la tragedia della perdita di possedimenti e del luogo. Lo so. Ci sono passato anch'io. Istintivamente il mio cuore è vicino ad ogni profugo. Ma perché i palestinesi sono trattati come se fossero l'unica popolazione profuga ad aver meritato simpatia senza confini e perché così tante altrimenti ben intenzionate istituzioni ed individui continuano su questa strada?
E mentre mi sfogo, lasciami parlare di un'altra cosa che mi inquieta.
Questo accade quando i portavoce arabi si alzano, fanno un viso dall'espressione sincera ed asseriscono che non c'è antisemitismo nel mondo arabo. Alla fin dei conti, dicono che anche loro sono semiti, così per definizione loro non possono essere antisemiti. Lasciami fare una pausa. Questa asserzione dà un nuovo significato alla parola sofista. È ben noto che il vocabolo "antisemitismo" venne coniato nel 1879 da un tedesco, Wilhelm Marr, non amico degli ebrei, che descriveva un senso di odio ed ostilità unicamente verso gli ebrei e l'ebraismo.
I portavoce arabi non si fermano qui.
Loro dichiarano che gli ebrei sono stati sempre ben trattati nelle società arabe, sottolineando il fatto che l'Olocausto avvenne nella cristiana Europa. Purtroppo è vero, l'Olocausto ebbe luogo nell'Europa cristiana e, altrettanto vero, c'erano periodi di relativa quiete ed armonia nel mondo arabo, ma la discussione non può finire qui. L'assenza dell'Olocausto - mettendo da parte per un attimo l'entusiasmo incontenibile con il quale alcuni leaders arabi politici e religiosi abbracciarono la soluzione finale dei nazisti - non significa di per sé che gli ebrei vennero sempre trattati con giustizia ed equamente, è solo che il livello della discriminazione e della persecuzione non raggiunse mai gli stessi picchi raggiunti al tempo della guerra in Europa.
E, citando gli esempi degli ebrei in Andalusia sotto il governo musulmano dall'ottavo al dodicesimo secolo, oppure prendendo nota del fatto che nel dodicesimo secolo il saggio Maimonides si stabilì in Egitto, si ha il ricordo di un'era differente e molto più promettente. Ma i portavoce arabi rafforzano la povertà dei loro argomenti se hanno bisogno di andare indietro di così tanti secoli per trovare un così lodevole esempio di tolleranza ed armonia, dal momento che non sembrano in grado di trovare qualcosa di più simile in tempi più recenti.
 
Se Israele non esistesse...
Infine, essi asseriscono che se Israele non esistesse, loro non avrebbero alcun problema con gli ebrei in paesi arabi. Questo è un altro argomento quantomeno bizzarro. Con questo standard non ci dovrebbero essere un milione di arabi cittadini dello stato di Israele, ma, naturalmente ci sono. A quegli arabi che rimasero in Israele dopo il 1948 venne data la cittadinanza, il diritto di voto, libertà religiosa e l'opportunità di mandare i loro bambini a scuola con l'insegnamento della lingua araba. Quello è democrazia e pluralismo reale, anche se ci sono errori nel sistema. Mentre Israele ha affrontato guerra e terrorismo iniziati dai vicini arabi, esso non ha mai chiesto alla propria popolazione araba di pagarne il prezzo. Per contrasto, le nazioni arabe costrinsero le loro comunità ebraiche a pagare un prezzo molto alto. Io ne sono la prova vivente.

Io parlerò.
Posso essere un ebreo dimenticato, ma la mia voce non resterà in silenzio. Essa non può, perché se lo facesse, essa diverrebbe un complice storico della negazione e del revisionismo.
Io parlerò perché i miei antenati non hanno meritato niente di meno.
Io parlerò perché la mia antica tradizione lo rivendica.
Io parlerò perché io non permetterò che il conflitto arabo con Israele venga definito disonesto attraverso il prisma di una sola popolazione di profughi, i palestinesi.
Io parlerò perché l'ingiustizia che mi è stata inflitta deve, una volta per tutte, essere riconosciuta e indirizzata, qualunque tempo questo processo prenda in considerazione.
Io parlerò perché quello che mi accadde si sta ripetendo, con sgradevole familiarità, per un'altra minoranza nella regione, quella cristiana, e vedo un'altra volta il mondo voltare lo sguardo, come se negare risolvesse qualcosa.
Io parlerò, perché non voglio essere un ebreo dimenticato.
(American Jewish Committee, 28 luglio 2003 - trad. Laura Sedda)

barbara




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