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Diario


9 dicembre 2005

LETTERA DA UN EBREO DEL MONDO ARABO

di David A. Harris

Prima parte

Sono un ebreo dimenticato.
Le mie radici hanno quasi duemilaseicento anni, i miei antenati contribuirono a porre pietre miliari nel processo di civilizzazione del mondo e la mia presenza venne sentita tra il nord dell'Africa fino alla terra della luna crescente - ma oggi non esiste quasi più. Vedi, io sono un ebreo del mondo arabo. No, questa definizione non è interamente accurata. Sono caduto in una trappola semantica. Io c'ero già prima della conquista araba di ognuno di questi paesi nei quali ho vissuto. Quando gli invasori arabi conquistarono il nord Africa, per esempio, io lì ci vivevo già da più di sei secoli.
Oggi, non troverai le mie tracce nella maggior parte di questa vasta regione.
Prova a trovarmi in Iraq, una nazione che probabilmente avrà un gran bel numero di visitatori stranieri molto presto.
Ricordi l'esilio babilonese dall'antica Giudea, seguendo la distruzione del primo tempio nel 586 prima dell'era comune? Ricordi la vibrante comunità ebraica che emerse là e che produsse il Talmud babilonese?
Sapevi che nel nono secolo, sotto il governo musulmano, noi ebrei eravamo costretti ad indossare una pezza di stoffa gialla sui nostri vestiti come un distintivo - un precursore dell'infame marchio nazista - e ci trovammo di fronte altre misure discriminatorie? Oppure che nell'undicesimo e nel quattordicesimo secolo affrontammo tasse onerosissime, la distruzione di molte sinagoghe e una durissima repressione?
E mi chiedo se hai mai sentito parlare del "Farhud", il capitolare della vita civile e delle leggi, a Baghdad nel 1941. Come riporta la cronaca di uno specialista del comitato ebraico americano, George Gruen:
"In uno spasmo di violenza incontrollata, tra i 170 ed i 180 ebrei vennero assassinati, più di 900 vennero feriti e 14.500 sopportarono perdite materiali durante le razzie o la distruzione dei loro negozi e delle loro case. Sebbene il governo volesse eventualmente ristabilire l'ordine pubblico... gli ebrei vennero banditi dal pubblico impiego, limitati nelle carriere scolastiche e soggetti al carcere, pesantemente multati, confiscati delle loro proprietà per il più debole sospetto di essere in contatto con gli altri due movimenti banditi (dalla vita politica irachena di quel tempo, n.d.t.). Infatti comunismo e sionismo venivano spesso equiparati per statuto. In Iraq il solo ricevere una lettera da un ebreo nella Palestina di allora (prima del 1948) era sufficiente per sottoporti all'arresto e alla perdita delle proprietà."
Al culmine (della crescita demografica, n.d.t.) eravamo in 135.000 ebrei nel 1948, eravamo un fattore vitale ed importante in ogni aspetto della società irachena. Per illustrare il nostro ruolo, ecco cosa scrisse l'enciclopedia giudaica circa l'ebraismo iracheno: "Durante il ventesimo secolo, intellettuali, autori e poeti ebrei diedero un importante contributo al linguaggio arabo e alla letteratura scrivendo libri e numerosi essays".
Nel 1950 altri ebrei iracheni ed io affrontammo la revoca della cittadinanza, la confisca delle proprietà e ancor più ominosa, l'impiccagione pubblica. Un anno prima il primo ministro arabo Nuri Sa'id parlò all'ambasciatore britannico ad Amman di un piano per espellere l'intera comunità ebraica e di piazzarla sui gradini del Giordano. L'ambasciatore raccontò l'episodio nelle sue memorie intitolate: "From the Wings: Amman Memoirs, 1947-1951".
Nel 1951 miracolosamente 100.000 tra noi lasciarono il paese grazie all'aiuto straordinario da parte di Israele, con un po' meno dei nostri vestiti addosso. Gli israeliani diedero all'operazione di salvataggio il nome di "Esdra e Nehemiah".
Quei pochi che restarono, vissero in paura perpetua - paura della violenza e di più impiccagioni pubbliche, come accadde il 27 gennaio del 1969, quando nove ebrei vennero impiccati nel centro di Baghdad sulla base di prove false, mentre centinaia di migliaia di iracheni intorno a loro incitavano selvaggiamente all'esecuzione. Il resto quindi abbandonò l'Iraq in un modo o nell'altro, inclusi alcuni miei amici che trovarono la sicurezza nell'Iran governato dallo Scià.
Adesso non ci sono più ebrei a parlare, tanto meno monumenti o musei o altre forme di ricordo per la nostra presenza sul territorio iracheno durato ventisei secoli.
I libri di testo dell'Iraq riferiscono della passata presenza ebraica in Iraq? Del nostro contributo positivo allo sviluppo della società e della cultura irachena? Neanche per sogno. Duemila e seicento anni sono stati cancellati, completamente sdradicati, come se non fossero mai esistiti. Potete mettervi al mio posto e sentire il dolore bruciante della perdita e dell'invisibilità?
(
segue)

barbara




permalink | inviato da il 9/12/2005 alle 23:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (18) | Versione per la stampa
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