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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


20 febbraio 2012

CANNOCCHIALE ADDIO

Adesso abito qui:

http://ilblogdibarbara.wordpress.com/

(Sì, lo so, fa schifo, mancano mobili tende tappeti, il frigo è vuoto, non c'è neanche una sedia da sedersi, ma vedrete che con un po' di pazienza e con molto molto aiuto da parte di persone molto molto pazienti diventerà una casa bella e accogliente anche quella. Se andate a commentare, tenete presente che su WP quando si commenta per la prima volta bisogna essere approvati, quindi i commenti non appariranno subito)

barbara




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18 febbraio 2012

COSÌ DISSE ALLAH

E per servirli circoleranno tra loro giovanetti simili a perle nascoste.
Corano 52: 24 (Il Monte).


 

Li compenserà del loro perseverare con il Giardino e la seta. Adagiati su alti divani, non dovranno subire né il sole, né il freddo pungente. Le sue ombre li copriranno e i suoi frutti penderanno a portata di mano. Verranno serviti da un vassoio d'argento e coppe di cristallo, di cristallo e d'argento, convenientemente riempite. E berranno colà, da una coppa contenente una mistura di zenzero, [attinta] da una fonte di quel luogo chiamata Salsabil.Saranno serviti da fanciulli di eterna giovinezza: vedendoli, ti sembreranno perle sparse. Quando lo vedrai, vedrai delizia e un vasto regno. Indosseranno abiti verdi di seta finissima e broccato. Saranno ornati con bracciali d'argento e il loro Signore darà loro una bevanda purissima. In verità questo vi sarà concesso in ricompensa e il vostro sforzo sarà riconosciuto.
Corano 76:12-22 (L’Uomo).

 

L'omosessualità nelle leggi delle moderne nazioni islamiche

I rapporti omosessuali portano ufficialmente alla pena di morte in sette nazioni islamiche:  Arabia Saudita, Iran, Mauritania, Sudan, Somalia, Somaliland e Yemen. Precedentemente si applicava la pena di morte per aver preso parte a rapporti omosessuali anche in Afghanistan, quando i Talebani erano al potere. La situazione legale degli Emirati Arabi Uniti non è chiara. In molte nazioni musulmane, come il Bahrain, il Qatar, l’Algeria e le Maldive, l’omosessualità è punita con il carcere, con pene pecuniarie, o pene corporali. In alcuni nazioni a maggioranza musulmana, come la Turchia, la Giordania, l’Egitto, o il Mali, i rapporti omosessuali non sono specificatamente proibiti dalla legge. In Egitto uomini apertamente gay sono stati oppressi perché vanno contro le leggi della moralità pubblica.
In Arabia Saudita, la pena più alta riservata agli omosessuali è l’esecuzione pubblica, ma più frequenti sono altre pene (ad esempio pene pecuniarie, incarcerazione, frustate...). Le retate contro gli omosessuali sono in genere organizzate per reprimere l'immigrazione clandestina.
La nazione che ha il più alto numero di esecuzioni capitali di omosessuali è l’Iran. Dalla rivoluzione islamica in Iran, il governo iraniano ha mandato a morte più di 4000 persone accusate di rapporti omosessuali. In Afghanistan dopo la caduta dei Talebani dal potere, l’omosessualità, che prima era un crimine che prevedeva la pena di morte, diventò punibile con sanzioni monetarie e incarcerazione. (qui)

 

Grazie ad Aldo per la segnalazione.

barbara


17 febbraio 2012

BISPENSIERO E ISLAM

Come il relativismo spiana la strada al totalitarismo

" Nel tuo diario scrivesti che libertà è la libertà di dire che due più due fa quattro. Garantito ciò, tutto il resto ne consegue naturalmente.".
"Sì."
"E se il Partito dice che due più due fa cinque, allora quanto fa?"

Con queste parole il torturatore O' Brien inculca a Winston Smith, il protagonista del capolavoro di George Orwell 1984, il concetto di bispensiero.
Oggi questo termine ci ricorda appunto il maestro indiscusso della fantapolitica, forse in assoluto l'autore più imponente del Novecento, ma non ci sembra avere alcun riscontro con la realtà dei fatti né ci sembra che lo possa mai acquisire. Non è così: a ben vedere l'esperienza ci dimostra proprio il contrario, non solo il ricordo dei totalitarismi più brutali e pervasivi della storia, ma anche, in una certa misura, la realtà che viviamo nelle democrazie occidentali.
Il meccanismo del bispensiero è al medesimo tempo contorto ed immediato nel suo spaventoso automatismo. Un individuo assiste ad un evento, ne è testimone, conosce una determinata realtà derivata da fatti per lui inconfutabili. D'un tratto la comunità in cui vive afferma che quella realtà non esiste, distrugge i documenti e le prove materiali dei fatti che il soggetto in questione ricorda in virtù di quanto ha visto, udito o appreso. Si dirà che, nonostante tutto, niente e nessuno possa sottrarre all'individuo la sua memoria. Al contrario: è proprio a questo punto che interviene il bispensiero. Sarebbe semplicistico e fuorviante affermare che l'individuo si limiti a mentire, a negare l'evidenza al fine di evitare la persecuzione e di ingraziarsi il favore della sua comunità pur sovvenendosi perfettamente di quanto viene negato. Il soggetto non mente: egli crede, sa che le cose sono andate diversamente rispetto a quanto sapeva anche solo il giorno prima. Ciò non significa che crede di essersi sbagliato perché sa anche di aver sempre saputo quella che ora considera la verità. Egli sa ciò che tutti gli altri naturalmente sanno. Il meccanismo mentale cui va incontro è complesso perché presuppone due momenti: un primo momento in cui ci si dimentica di ciò che si sapeva in precedenza e un secondo in cui si acquisisce la conoscenza di ciò che si sa allo stato attuale. Per farlo il soggetto non si limita a dimenticare, cosa che porterebbe ad una non conoscenza, ma compie una vera e propria ricostruzione di una realtà alternativa, attività necessariamente consapevole in quanto coincidente con le istruzioni impartite dalla comunità che lo circonda, e subito dopo si dimentica della stessa operazione effettuata. Il risultato è una convinzione cieca e assoluta nelle menzogne professate e l'assenza di ogni possibile rimorso di carattere morale. È una questione di allenamento: una volta ripetuta più volte l'operazione il processo diventa automatico e indolore, ogni remora mentale o morale svanisce, il soggetto acquisisce il controllo totale della sua mente e lo pone a disposizione della collettività. Tramite il bispensiero l'individuo può arrivare a negare l'evidenza, può accettare e professare a sua volta nozioni che contrastano con la sua logica, col suo buonsenso e con la sua stessa esperienza. Basta che gli si dica in cosa credere.

"Sei lento a imparare, Winston" disse O'Brien, con dolcezza.
"Ma come posso fare a meno…" borbottò Winston "come posso fare a meno di vedere quel che ho dinanzi agli occhi? Due e due fanno quattro.".
"Qualche volta, Winston. Qualche volta fanno cinque. Qualche volta fanno tre. Qualche volta fanno quattro e cinque e tre nello stesso tempo. Devi sforzarti di più. Non è facile recuperare il senno.".

Il bispensiero altro non è che l'estrema applicazione pratica del relativismo novecentesco, contrapposto al realismo gnoseologico che ha dominato la mentalità occidentale dai Greci fino al XIX secolo. Per l'uomo del Novecento non esiste una realtà strutturata ed autonoma al di fuori di sé. Per i realisti l'uomo può percepire e conoscere questa realtà tramite i suoi sensi e, una volta apprese le sue regole, può accettarle e sfruttarle a suo favore, ma non può pensare di modificarle. Viceversa per i relativisti non esiste realtà al di fuori di quella creata dal pensiero umano. Ammesso che la realtà creata dal singolo uomo è destinata a perire con esso l'unica possibile verità che sia eterna ed immutabile è quella creata e accettata dalla collettività.

"Se io credo di volare, Winston, e tu credi che io voli, io volo davvero."
"Il singolo è solo una cellula. La verità non è nella mente del singolo, ma in quella del Partito, che è collettiva ed immortale.".

Se questa realtà è immortale è anche immutabile? Così come la collettività crea la realtà, la può disfare e ricreare a suo piacimento, ma ognuna delle realtà che crea è eterna perché come tale viene pensata.
Jean-Pierre Vernant in Mito e pensiero presso i Greci (Einaudi 2001) sottolinea come per i Greci, i primi realisti gnoseologici, Mnemosyne, ovvero la Memoria, fosse una dea degna del massimo culto. Questo soprattutto nella società arcaica, ben prima che Aristotele la declassasse a semplice funzione mentale, in un tempo in cui all'oralità era affidato il ricordo del passato e in cui il rapsodo, l'aedo, il poeta era visto come un privilegiato dagli dei, un essere superiore. Il poeta per gli antichi non ha ricordi sbiaditi, grazie ad un superlativo esercizio della memoria riporta vivide alla sua mente le immagini del passato, del presente e anche del futuro. Egli può avere memoria dell'aldilà e del suo ritorno nel mondo, può espiare le colpe di tutte le sue vite precedenti e rompere il ciclo tirannico dell'Essere. La Memoria permette così di conquistare l'eternità superando la paura ancestrale di ogni essere umano: la soggezione al mutamento, al dolore e alla morte. L'analisi di Vernant trova riscontro, fra gli altri, nella filosofia di Empedocle ("io fui fanciullo e fanciulla, fui muto pesce del mare"), di Pitagora, per gli adepti del quale la memoria aveva proprio la funzione di espiazione e fuga descritta, di Platone, che racconta come anche l'ultimo degli schiavi possa, tramite l'anamnesi, sovvenirsi delle idee eterne ed immortali che gli hanno fatto compagnia nel mondo dell'Iperuranio, dal quale ogni uomo proviene. Nel mondo rovesciato di 1984, in cui il relativismo spiana la via al totalitarismo, non la memoria bensì l'oblio esercita la funzione di garantire l'immortalità, non al singolo uomo, bensì alla collettività, al Partito.

"Chi controlla il passato controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato.".

Che cosa ha però il bispensiero a che fare con il nostro mondo? Qualche tempo fa mi è stato segnalato un numero di una rivista femminile settimanale, A, pubblicata da Rizzoli-Corriere della Sera, del 3 settembre 2009. Un giornale femminile di gossip e moda non è per definizione una raccolta di saggi e articoli dal contenuto particolarmente brillante, innovativo e trasgressivo. Si può dire, con buona approssimazione, che se un articolo capita su un settimanale del genere deve per forza riflettere la dottrina comune del popolino incolto e pigramente appiattito su posizioni intellettuali mediocri e ripetitive, l'equivalente di ciò che un tempo era rappresentato dai panegirici del Duce e della sua presunta lungimiranza. In una delle prime pagine era pubblicata, con tutti gli onori e con tanto di foto dell'autrice, una lettera indirizzata al direttore da una lettrice dal titolo E se alla fine tanga e burkini fossero la stessa cosa? La lettrice descriveva una sua giornata in piscina traendone alcune conclusioni, brillanti quanto quelle che avrebbe potuto ponderare un vaso da fiori. Raccontava di aver provato ammirazione per due giovani donne musulmane, che descriveva come belle e, dato che rappresenta per le lettrici di quel giornale la qualità in assoluto più meritevole, snelle. Le due indossano un costume da bagno che ricorda uno chador, comunemente chiamato con un nome che denota leggerezza, per non dire stupidità, e pessimo gusto in chi lo ha coniato: burkini. Alle splendide ragazze che "sembrano delle nuotatrici con la supertuta indossata ai Campionati del mondo di Roma" la lettrice contrappone un'immagine descritta con disprezzo. "Poco lontano- scrive - spiaggiata come una megattera, c'è una signora italiana ispirata dal Vanna Marchi style. I suoi cinquant'anni abbondanti trovano insufficiente rifugio in un tanga marrone, che lotta intrepido contro la straripante cellulite". Le islamiche, belle, snelle e anche pudiche, si qualificano così come l'essere superiore per eccellenza, quello che in altri tempi sarebbe stato l'ariano alto, biondo e muscoloso, mentre la signora italiana è non troppo implicitamente presentata come il simbolo di un'abiezione morale e di una stupidità arrogante e grottesca che si riflette anche sul piano fisico, come un tempo (ma in realtà sempre di più anche oggi) l'ebreo gobbo dal naso adunco e bitorzoluto e dal ghigno malefico. La lettera si chiude con una conclusione mellifluamente buonista, che appare conciliante ma che è in verità il punto più insidioso del pezzo: "Aspettando l'autobus per tornare a casa ho pensato all'orchessa - notare l'uso dei termini - in tanga e alle ragazze in burkini. Forse sono solo la dimostrazione che esistono modi molto diversi per sentirsi liberi. Anzi libere".
Ecco che compare, sommesso eppure devastante nei suoi effetti, il bispensiero. Quest'ultima considerazione della lettrice della rivista non è un'osservazione innocua e non è isolata, come si evince dalla posizione che le è stata riservata sul settimanale e dall'assenza di contestazioni in merito. Il fenomeno non è limitato a quella rivista, ma è riscontrabile sempre più frequentemente in vari articoli, interviste di donne convertite all'Islam (come qualche anno fa la moglie dell'ex Imam di Carmagnola), trasmissioni, talk-show, telegiornali. Grazie al bispensiero la realtà viene ribaltata e nessuno si oppone. Al contrario, tutti professano allegramente la stessa tesi, forti del sostegno della collettività, del Partito. Un barbaro strumento di oppressione della donna, quale è il velo, burqa, niqab, hijab o chador che sia, è esaltato come simbolo di libertà. È irragionevole ritenere che qualcuno nel pieno uso delle sue facoltà mentali possa avere una simile convinzione. Il fatto che questa signora lo credesse davvero e fosse anche intimamente orgogliosa dell'espressione del suo aberrante parere denota l'uso del bispensiero. Così la realtà viene negata e rimpiazzata col suo esatto opposto, come nei più ridicoli e terrificanti slogan orwelliani:

"la guerra è pace"
"la libertà è schiavitù"
"l'ignoranza è forza"

e, aggiungiamo,

"il velo è libertà"

Valerio Salvatori
20 settembre 2009

Niente da aggiungere.
Shabbat shalom  


barbara


15 febbraio 2012

PARLIAMO DI VELI

Senza reazioni di pancia, unicamente da un punto di vista medico-scientifico.

La razza umana si è evoluta al sole. La luce solare è il più importante integratore, la più straordinaria medicina che la natura abbia messo a disposizione dell'uomo. L'efficienza e la vitalità di un essere umano dipendono da quanto è stato esposto al sole. Se noi non forniamo al nostro corpo il necessario per funzionare bene, lui continua a funzionare lo stesso, in qualche maniera: gli effetti negativi sono sottili, all'inizio poco evidenti, la capacità di adattamento fa che si manifestino dopo anni, quando non si è più in grado di stabilirne la causa. Come per gli alimenti, ci sono regole anche per la luce del sole, che diventa nociva quando, dopo essere stati all'ombra o al chiuso per stagioni, con la pelle bianca, ci si esponga per ore, così che si possano avere intossicazioni e ustioni. Le persone di pelle scura, provenienti da zone dove il sole è molto forte, hanno più melanina, e quando sono spostate alle nostre latitudini, necessitano di più sole.
Non disponiamo di studi che riguardino persone vissute all'ombra o velate, ma abbiamo innumerevoli studi su persone che vivono alla luce del sole e persone che vivono poco alla luce del sole e molto lontano dalla luce del sole e in luce artificiale, e possiamo estrapolare i dati di questi studi.
Dalla luce del sole e solo dalla luce del sole dipendono il metabolismo della Vitamina D e quello della serotonina. La luce del sole influenza il metabolismo del cortisolo e quello di tutti gli altri ormoni e neurotrasmettitori che seguono un ritmo circadiano, cioè che sono fabbricati in maniera diversa a seconda che ci sia luce o buio.
Le azioni del sole sulla pelle fino ad ora dimostrate sono:

Senza sole si ha un peggioramento dello stato emotivo (per mancata produzione di serotonina, la cui la mancanza causa depressione) della memoria e dell'apprendimento.
Aumento dei comportamenti aggressivi.

Perdita di forza del sistema immunitario, della forza fisica.
Peggiore tolleranza allo stress.
Aumento del livello di colesterolo nel sangue.
Senza sole non si ha una corretta produzione di vitamina D, senza la quale si hanno rachitismo, osteoporosi e carie.
Il sole dà un incremento del testosterone negli uomini e progesterone nelle donne.
Ha un effetto germicida, particolarmente brillante contro la tubercolosi.
È efficace contro affezioni cutanee (comedoni, psoriasi).
Diminuisce del rischio di sviluppare tumori, soprattutto del polmone e della mammella.
Maggiore statura.
Regolazione del ritmo sonno veglia.
Aumento della libido e della capacità riproduttiva.

La luce solare attiva la sintesi della vitamina D3, requisito indispensabile per il corretto assorbimento di calcio ed altri minerali. Questo significa che senza la luce del sole si hanno rachitismo, osteoporosi e carie.
Gli studi sulla correlazione tra mancanza di sole e rachitismo e osteoporosi appartengono alla prima metà del secolo scorso, perché da allora, l'esposizione sistematica al sole, le gonne si sono accorciate e andiamo al mare d'estate, hanno fatto sparire il rachitismo e ridotto enormemente l'osteoporosi. Fino al 1950 la vecchietta tipica, che era una persona che aveva portato per tutta la vita le sottane lunghe, le maniche lunghe e il fazzoletto sulla testa, era piegata ad angolo retto e guardava da sotto in su. Da quando abbiamo accorciato le gonne, non pieghiamo più la schiena. La vitamina D serve per la salute delle ossa e quella dei denti. Abbiamo però studi attuali sulla corrispondenza tra esposizione al sole e carie, assenze per malattie e rendimento scolastico. Ancora più gravi e meno risolvibili sono i danni da scarsità di serotonina e sono danni che influenzano tutto l'organismo.
Oramai si sta sempre più diffondendo una nuova scienza, la psiconeuroendocrinoimmunologia (PNEI). I neurotrasmettitori (per esempio la serotonina è un neurotrasmettitore e senza esposizione del sole sulla pelle è carente) influenzano anche il sistema endocrino e quello immunitario e viceversa. Un organismo dove ci sono delle carenze, e la mancanza di sole è una carenza, diventa globalmente deficitario.

La mancanza di sole è una malattia.
Ogni essere umano è la somma di natura e cultura. Dove la natura è calpestata, la cultura è arbitrio. Il velo islamico era cultura, certo, fino agli anni sessanta. Chiunque conosca i paesi dell'islam in quegli anni se lo ricorda. Il velo era scomparso dalle città, ma resisteva nelle campagne ed era qualcosa di talmente leggero da essere tradotto con la parola velo.
Il velo si portava sulle spalle, come uno scialle, e solo se la donna passava vicino alla moschea, o al gruppo degli uomini, se lo posava sulla testa. Si creava un gioco di seduzione, mi nascondo perché tu mi guardi, che non era solo con lo sguardo degli uomini, era con il mondo.
Il velo era bello. Sempre. Era la bandiera di una donna: lei lo aveva scelto con i colori che amava, quelli che le stavano meglio. Il velo era estetica, e decoro: sul vestito sdrucito e macchiato dai lavori, si metteva il velo, bello e colorato e si usciva in ordine. Il velo aveva anche, sempre, la funzione con cui era nato: nelle zone dell'islam del deserto era l'indispensabile protezione che salvava il viso, il respiro e ancora di più i capelli nelle tempeste di sabbia.
Quel velo non faceva ammalare nessuno. Non impediva nulla. Le ragazzine se lo toglievano, lo piegavano accuratamente su una panchina, e andavano a giocare a calcio con i maschi. Il velo era lieve e bello come un sogno. Un sogno cancellato dalla crudeltà di Khomeini, degli integralisti, un sogno scomparso, sotto questi orrendi teli spessi e neri, sotto le maniche sempre lunghe, le caviglie sempre coperte, i guanti, i burka.

Silvana De Mari

Ecco, questa è l’unica realtà: la cancellazione islamica del viso e del corpo della donna è contro natura, e distrugge ciò che la natura, con un paziente lavoro durato milioni di anni, aveva creato.

 
 
 



barbara
 


14 febbraio 2012

AVVISO AI SIGNORI VISITATORI

Da qualche tempo si aggira per la rete una povera psicopatica che invoca forni a tutto spiano



per ogni sorta di categoria umana, dai tedeschi ai francesi agli arabi, convinta che siano divertentissime battute di fronte alle quali solo la nostra stupidità e mancanza di senso dell’umorismo ci impedisce di rotolarci dalle risate (ha anche un sacco di amici ebrei che le trovano divertentissime, savasandir). Chi dovesse avvistarla è cortesemente pregato, visto che ci tiene tanto, di avviarla al forno più vicino, così si diverte ancora di più.
Grazie.

barbara


13 febbraio 2012

ILAN, SEI ANNI FA

È un lunedì mattina grigio e piovoso, uno di quei lunedì di febbraio che si preferirebbe trascorrere a letto piuttosto che in macchina, ma Patricia G. deve andare a lavorare, è al volante della sua Citroën. Come me, fa la segretaria. Non so se sia sposata, se abbia figli. So semplicemente che è una giovane donna di trentotto anni, nera e francese, che percorre quotidianamente la strada da Longpont a Sainte-Geneviève-des-Bois per andare in ufficio. E allora, su questo tragitto così familiare, mentre i tergicristalli spazzano via la pioggia incessante, immagino che pensi al sole del suo Camerun natale. Alla serata precedente, o a quella del giorno dopo, o alla spesa, al bucato, sì, immagino che Patricia G. sia immersa nei propri pensieri quando vede sulla sua destra, giusto prima del cartello di entrata dell’abitato di Villemoisson-sur-Orge, una forma che assomiglia ad un corpo. Per un istante pensa di stare delirando, viaggia a cinquanta all’ora, potrebbe aver visto male... La scena è così sconvolgente che guarda una seconda volta per essere sicura; sì, ciò che vede lungo la linea della RER C è effettivamente un essere umano. L’uomo - o la donna, non sa – sembra nudo e accasciato. Patricia G. non aspetta di arrivare in ufficio per telefonare: chiama subito la polizia dal suo cellulare.
Grazie alla telefonata di questa automobilista, Ilan è stato rinvenuto lunedì 13 febbraio alle otto e cinquantacinque da due poliziotti di quartiere: un uomo e una giovane tirocinante, poco più grande di lui. I due agenti lo hanno trovato nudo, ammanettato, il corpo interamente bruciato, addossato alla rete metallica che impedisce l’accesso alle rotaie. La barriera era troppo alta per essere scavalcata, si sono dovuti allontanare per trovare un accesso più facile e ritornare fino a lui da una parte più agevole. Allora hanno visto che aveva del nastro adesivo intorno alla fronte e al collo. Hanno visto che era coperto di ematomi, di bruciature, che era ferito al tendine di Achille e alla gola. Alla gola la piaga formava un buco.
Ilan respirava ancora. Debolmente, ma respirava. Non si era arreso alle fiamme. Aveva cercato di vivere. Dopo l’inferno del sequestro, dopo la paura, il freddo, la fame e il dolore, dopo i colpi di taglierino e di coltello, dopo che gli hanno dato fuoco come una torcia, ha subito il calvario «dell’ultima marcia»... Il calvario di migliaia di ebrei prima di lui.
Il poliziotto è salito sul binario per ispezionare il luogo. La giovane tirocinante è rimasta vicino a mio figlio. È rimasta con lui fino all’arrivo dei pompieri alle nove e quindici, non era ancora morto e forse poteva sentirla, sì, è quello che mi ripeto per non diventare pazza, Ilan non è morto come un cane, ha sentito la voce di questa ragazza prima di morire, una voce dolce e fraterna, è tutto ciò che posso dirmi.
Dopo parecchi arresti, il suo cuore ha cessato di battere definitivamente, e il suo decesso è stato constatato a mezzogiorno all’ospedale Cochin. (Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte, pp.86-87)

Ilan Halimi, ebreo francese, ventitrè anni: selezionato in quanto ebreo, adescato, rapito, selvaggiamente torturato, perché ebreo. Infine bruciato vivo, perché ebreo. E in tutti quegli interminabili ventiquattro giorni del suo sequestro la polizia francese ha impiegato tutte le proprie risorse per evitare di riconoscere la matrice antisemita del crimine, per evitare di arrivare a scoprire dove Ilan fosse nascosto, per evitare di mettere le mani sui suoi torturatori finché Ilan era ancora vivo. E oggi? Oggi tanto impegno profuso mentre Ilan era ancora vivo ha raggiunto il suo massimo coronamento, negandogli giustizia anche da morto.

barbara


12 febbraio 2012

FOTO DELL’ANNO 2012

 

L’hanno chiamata “la Madonna islamica”. Ci hanno visto “l’individuo perduto in ogni massacro”. Quello che ci vedo io è un povero ferito che non si sa come possa respirare, soffocato com’è dalla stoffa di quella specie di tenda beduina che copre l’ex donna che lo sorregge. Quello che ci vedo io è un sorriso negato dalla stoffa di quella specie di tenda beduina che lo imprigiona. Quello che ci vedo io è uno sguardo inesistente, annullato da quella specie di tenda beduina che lo acceca. Quello che ci vedo io sono due mani coperte dai guanti, a negare perfino il calore di un contatto umano. Quello che ci vedo io è solo un orrore infinito. Paragonarlo con una cosa come questa?

  

Non diciamo puttanate, per piacere.

barbara


12 febbraio 2012

ERA UNA DELLE NOSTRE VOCI PIÙ BELLE

barbara


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11 febbraio 2012

VOGLIO ANDARE A RAMAALLAAAH!

 

Buona settimana a tutti.

barbara


10 febbraio 2012

SE TI DIMENTICO GERUSALEMME

Se ti dimentico, o Gerusalemme, si paralizzi la mia destra; si attacchi la mia lingua al mio palato se non ti ricorderò. (Salmo 137, 5-6)

 

Ecco, questo è un ebreo ortodosso sul quale sicuramente non cadranno i miei strali. Per molte buone ragioni.

 

 

Shabbat shalom

barbara


9 febbraio 2012

PARLIAMO DI MUTILAZIONI GENITALI FEMMINILI

Per quei frequentatori del mio blog che non sono nella mia mailing list e non hanno quindi già avuto modo di leggerlo, propongo questo prezioso articolo di Silvana De Mari, medico, sulle mutilazioni genitali femminili. Ci sono cose che anche le persone più informate spesso ignorano. Non tutti, forse, sanno, che mutilazioni genitali non significa solo assenza di piacere sessuale: significa, sempre, pesantissime limitazioni alla conduzione di una vita normale e significa, non di rado morte. E molti, forse, ignorano che le mutilazioni genitali femminili, lungi dal regredire nel mondo, sono anzi in espansione, imposte con la forza anche là dove la tradizione non le aveva mai conosciute. In nome dell’islam. Per favore, leggete e diffondete questo articolo.

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La verità vi renderà liberi. Giovanni 8:31,32
Nell’ora dell’inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario. George Orwell.


Questo articolo è molto crudo e contiene immagini che un bambino non dovrebbe vedere, ma ancora di più contiene immagini che un bambino non dovrebbe subire. Ci sono migliaia, milioni di uomini e donne nati nell'islam che sono contrari a qualsiasi tipo di mutilazione sessuale, che ne sono desolati, che ne sono nauseati. Stiamo dalla loro parte.


La verità ci renderà liberi, non il politicamente corretto, qualcosa dove prima si decide cosa “è giusto”, poi si lima e si aggiusta, fino a che la realtà da raccontare riesce a entrare nel contenitore. Perché se è vero che la verità ci renderà liberi, è valido anche che la menzogna ci inchioderà alla schiavitù, quindi facciamoci un pensierino quando sacrifichiamo la verità al politicamente corretto. Potremmo pagarne il conto. E potrebbe essere un conto atroce.
Questo articolo è un approccio politicamente scorretto sulle Mutilazioni Genitali Femminili. E possiamo usare l’acronimo mgf, quando ne parliamo, così risparmiamo qualche sillaba, io a scrivere e voi a leggere, e con queste tre lettere ingentiliamo, il suono diventa emmegieffe potrebbe essere la marca di qualche cosa, un qualche apparecchietto elettronico per ascoltare musica, è un suono dove le urla e la vergogna non risuonano, dove gli avvoltoi scompaiono nel candore asettico della carta stampata.
Questo articolo tratta di mgf. E della necessità etica di fermarle. Non esiste relativismo che possa giustificare la tortura di un bambino.

Sono un chirurgo e ho lavorato anche un Etiopia. Ho visto per la prima volta un’infibulazione all’ospedale di Bushulo, in Etiopia. Le sale operatorie erano sale operatorie african style, vale a dire un unico stanzone con quattro lettini e grandi finestre chiuse da zanzariere. A causa della infibulazione rifatta dopo il parto, una giovane donna non riusciva più ad espellere il sangue mestruale. Era stato lasciato un orifizio, ma la suppurazione che era seguita aveva causato un edema, in altre parole un gonfiore ai tessuti, e l’edema aveva chiuso l’orifizio. Il sangue mestruale non potendo defluire era rimasto a stagnare trasformando la vagina in una sacca piena di sangue, che a causa della presenza di batteri era “marcito”, la vagina era diventata una boccia che premendo sulla vescica le impediva di svuotarsi e la vescica era diventata enorme. La pressione nella vescica era aumentata, perciò i reni non riuscivano a lavorare e si stavano distruggendo. La vescica diventata, a sua volta, una boccia enorme, premendo sull’intestino aveva causato un blocco intestinale. Io dovevo svuotare la vagina e la vescica. La cosa più urgente era mettere un catetere che drenasse l’urina, ma in quel disastro di tessuti cicatriziali martoriati e suppuranti era impossibile capire dove fosse l’uretra quindi avevo svuotato la vescica passando per via addominale: si infila un grosso ago attaccato a un tubicino nella vescica attraverso la parete addominale. Una volta svuotata la vescica, reni e intestino avrebbero ricominciato a funzionare. A quel punto avevo svuotato la vagina riaprendo per l’ennesima volta la vulva di quella povera donna. Era uscito il sangue, nerastro, infetto, con un odore nauseabondo e a quel punto gli avvoltoi attirati dall’odore di morte erano venuti a sbattere contro le zanzariere. La donna sarebbe morta da lì a poco per infezioni urinarie ricorrenti e insufficienza renale. Aveva dieci anni meno di me ed era stata condannata a morte, non da un cancro, non da nemici che l’avevano aggredita, ma dalla “sua civiltà”. Mentre cercavo di evacuare il più possibile di quella roba nerastra, gli avvoltoi alle mie spalle si avventavano contro le zanzariere, pazzi per quell’odore di morto, di putrefatto, che invece veniva da ventre vivo di una donna. Questa foto è stata scattata quel giorno: è sottoesposta perché non ho usato il flash, ma si vede il finestrone con l’avvoltoio. [continua]


barbara

 


8 febbraio 2012

TU BISHVAT

Oggi è tu-bishvat, il compleanno degli alberi. Sì, il popolo che ha trasformato il deserto in un giardino festeggia il compleanno degli alberi, strumento primario del miracolo: c’è chi, come i giapponesi, celebra annualmente la giornata nazionale dei gabinetti, e c’è chi celebra gli alberi. E dunque tanti auguri, popolo dalla dura cervice che sei riuscito a rinascere da ogni sorta di ceneri e a coltivare il deserto, e tanti auguri a voi, amici alberi!



barbara 


7 febbraio 2012

E RIPARLIAMO DELLA SIRIA

07-02-2012
Trecento morti in un week-end, e neanche una parola di protesta

Di Eliezer Yaari

Più di trecento persone sono state uccise, in Siria, lo scorso fine settimana, dalle forze del loro stesso governo: uccise dal fuoco di tank, obici e cannoni. Le loro case sono state distrutte, a centinaia sono ancora sepolti sotto le macerie. C’è una lunga scia di sangue dietro a questi numeri, immagini traballanti di bambini gettati dalle finestre, il filmato preso col cellulare di un uomo che cammina, si sente un colpo, e l’uomo cade al suolo.

Più di trecento persone. Ed è successo dopo giorni e giorni di cifre più “modeste”: solo 15 o 35 o 58 morti al giorno. E succede qui a due passi, appena al di là del confine, a un’ora di auto da Kiryat Shmona. Un despota fascista fuori controllo sta massacrando la propria gente. Uno può dire, beh, è da settimane che i commentatori vanno dicendo che finirà da un momento all’altro, ed è stato convocato il Consiglio di Sicurezza: com’è che ti viene in mente adesso? In fondo è una faccenda interna di arabi che uccidono altri arabi: sei diventato improvvisamente un cuore tenero? […]

La verità è che da settimane scrivo di questo, cercando di suscitare l’attenzione delle organizzazioni per i diritti umani. Personalmente, ho dedicato i miei migliori anni e tutte le mie energie a crearle e sostenerle, nella convinzione che i diritti umani non si possono dividere: non è lecito discriminare una donna che deve partorire perché è araba, non è lecito discriminare uno scolaro etiope perché ha la pelle scura, non è lecito tacere ignobili atti tirannici solo perché avvengono nei paesi arabi a due passi da noi. Gli stati non devono rimanere in silenzio davanti a un massacro, figuriamoci le organizzazioni per i diritti umani. Ma le risposte che ricevo sono elusivi mugugni del tipo: “è compito di Amnesty International”, oppure: “guarda, il mondo sta reagendo e noi facciamo parte del mondo”. Nell’ambiente in cui opero sin dagli anni ’90 vi sono molte organizzazioni arabe. Nelle scorse settimane le ho chiamate. Si calcola che in Siria siano state assassinate fra le cinque e le diecimila persone, ho detto loro. E ho chiesto: com’è che davanti alle immagini delle file di corpi senza vita, in tutti questi mesi non c’è stata una sola manifestazione di protesta contro un tale massacro? Qualcosa di paragonabile almeno alle manifestazioni degli arabi israeliani per la Giornata della Terra o per la Giornata della Nakba. […]

In tutti questi anni, diversi parlamentari arabi israeliani sono andati in Siria a cercare i favori del despota siriano che oggi sta massacrando la sua gente. Si sono seduti con il capo dei killer abbeverandosi ad ogni sua parola; e dopo tutto questo, non si ode una sola voce fra loro che si levi per dire “Basta spargimenti di sangue!”. Forse stanno protestando e sono io che non ho udito le proteste. È possibile: non leggo la stampa araba. Ma non dovrebbe essere un dibattito interno, da tenersi a porte chiuse: tutta la popolazione israeliana dovrebbe esserne messa a parte. So che non è facile essere minoranza araba in Israele e uscirsene pubblicamente contro qualcuno del mondo arabo. Ma ci sono dei limiti: trecento morti ammazzati, migliaia di feriti in un solo fine settimana, e neanche una piccola manifestazione nella piazza centrale di Nazareth o di Shfaram? Vale così poco il sangue degli arabi? Ricordo nell’ottobre 2000, quando tredici arabi israeliani persero la vita in violentissimi scontri con le forze di sicurezza: l’intero paese tremò sotto le enormi manifestazioni nelle regioni di Galilea e Wadi Ara, vi furono sit-in, commissioni d’inchiesta, condanne, discorsi infuocati.

Ed eccoci qui, nei giorni della “primavera” trasformata in un agghiacciante inverno, e tutto quello che sento è il parlamentare arabo-israeliano più popolare fra il pubblico ebraico, Ahmed Tibi, che sale sul podio per leggere, con insolito fervore, un pistolotto circa un parlamentare razzista e un po’ svitato della lista Yisrael Beiteinu. Che sagacia! Che coraggio! Ahmed Tibi sa bene che si tratta di chiacchiere oziose e di un diversivo, giacché nel giorno stesso del suo fervorino altri arabi venivano massacrati a decine: e non dai cattivi ebrei, ma dalle mani della loro stessa gente. Eppure non si odono proteste. Né lui né nessun altro leader della società civile arabo-israeliana è salito sul podio per aggiungere la propria voce alla richiesta del mondo che si ponga fine alle uccisioni: nessun cantante ha intonato canzoni, nessun giornalista ha deplorato, nessuna parlamentare si è imbarcata su nessuna flottiglia, mentre i politici continuavano a farsi intervistare nei talk show.

Forse nell’intimo vi sono vergogna, dolore, rassegnazione. Forse. Ma tutto quello che noi sentiamo è il silenzio: l’immenso, oscuro silenzio che consente lo spargimento di sangue di bambini siriani. Perché è proibito intromettersi nelle questioni interne di un assassino come Bashar Assad.


Ma è un silenzio che riecheggerà per molti anni a venire.

(Da: Ha’aretz, 6.2,12 - traduzione
http://www.israele.net/articolo,3353.htm)


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Dove siete oggi, voi che avete l'abitudine di inondare le piazze del mondo ogniqualvolta Israele reagisce contro la furia omicida dei suoi nemici?

Dove siete oggi, voi che che sapete elencare a memoria tutte le risoluzioni dell'ONU contro Israele? Dove siete oggi, che quella stessa Onu rimane muta e complice? Dove siete oggi, che i sogni di libertà della gioventù araba vengono annegati nel sangue?

Dove siete oggi, mentre i media ci informano di massacri con decine di migliaia di morti innocenti?

Dove siete oggi, voi? Ve ne state al calduccio delle vostre case.

Voi siete quelli che hanno avuto sempre la lacrima pronta per i "poveri palestinesi", sempre disposti a giustificare ogni orrore commesso da quegli aguzzini di Hamas, di Fatah, di Hezbollah, che sono la peggiore feccia di tutto il mondo arabo.

Oggi comincio a capire chi siete. Siete i Nuovi Crociati: i Crociati in poltrona, quelli che senza muovere un dito godono della morte degli "infedeli". Siete quelli che odiano tanto l'idea che gli Ebrei possano avere pace, quanto quella che gli Arabi possano avere libertà e democrazia.

Adesso che ho scoperto il vostro gioco, oltre a provare per voi il ribrezzo di sempre, provo vero orrore.

 

Fulvio Del Deo

 

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In realtà non abbiamo affatto bisogno di chiederci dove sono tutti costoro, perché sappiamo benissimo che i buoni di professione sono intensamente occupati in cose molto ma molto ma molto più importanti di queste.

barbara


6 febbraio 2012

ALLA RISCOPERTA DELLE ANTICHE TRADIZIONI

Purim di Siracusa

Secondo una tradizione talmudica, attestata in molte comunità ebraiche, si chiamano Purim  quegli avvenimenti storici che, per il fatto di essere caratterizzati da interventi miracolosi che ne modificano le “sorti”, hanno il buon diritto di essere ricordati dalla comunità ebraica che ne è stata testimone, in virtù del fatto che rimandano, nella loro articolazione narrativa, al Purim di Ester e alla salvezza degli Ebrei di Persia dal minacciato sterminio.

Dunque è la celebrazione di una festa nel ricordo di un evento, solitamente uno scampato pericolo da una grave minaccia; è il ringraziamento che una comunità rivolge a D-o e la consacrazione del ricordo per le generazioni a venire; una celebrazione liturgica e festosa, collettiva e comunitaria. A questo è dovuta la dimensione contenuta dell’evento che appartiene al genere dei Purim qetannim.

Il Purim di Saragusa o Siracusa appartiene a questo genere.

La celebrazione prevede la lettura pubblica di una meghillà, ovvero un rotolo di pergamena scritta in cui viene narrato l’evento che si vuole ricordare. Inoltre possono esservi preghiere particolari e veri e propri poemi commemorativi come Kina Glossa, quello che vi proponiamo in dialetto di Giànnina e che racconta l’avvenimento di Siracusa seguendo la diegesi narrativa della Meghillat Saragusanos.

Il Purim di Siracusa, nato in Sicilia nel XIV, ebbe diffusione, dopo l’editto di espulsione del 1492, fra gli Ebrei Siciliani fuggiti dall’isola  che trovarono rifugio in oriente e in particolare  a Salonicco e Giànnina, nei territori dell’ impero Ottomano. Qui gli Ebrei si organizzarono in comunità chiamate, in giudeo – spagnolo, Kal dall’ebraico Qahal. A Salonicco esistevano ben tre comunità provenienti dalla Sicilia: Sicilia Vecchia, Sicilia Nuova e Bet-Aharon. Dagli appartenenti a quest’ultima comunità, in particolare con la famiglia Saragusi, si mantenne la tradizione di festeggiare il nostro Purim, anche quando il rito Siciliano andava perdendosi, soppiantato da quello sefardita.

Si hanno testimonianze della celebrazione della festa fino all’inizio del XX secolo. La sera si leggeva la Meghillat Saragusanos e la giornata successiva si trascorreva in festeggiamenti. Dopo l’olocausto e la dispersione delle famiglie Saragusi scomparve inesorabilmente la memoria della festa del Purim di Siracusa, pur trovandosi alcune tracce, quale Purim di Saragozza in Francia e in Israele.

Per molto tempo infatti gli studiosi hanno ritenuto che questo speciale Purim si riferisse alla città di Saragozza, equivocando sul nome del Re Saragosanos e sulla lingua, il giudeo spagnolo ovvero il ladino, portato dagli ebrei fuggiti dalla Spagna e che progressivamente si impose come lingua dominante.

Si deve per primo allo studioso David Simonsen, nel 1910,  la legittima e documentata restituzione agli Ebrei siciliani e a Siracusa di questo Purim. La tesi fu poi condivisa da altri studiosi fra i quali ricordiamo Yosef Mejuhas, Cecil Roth fino al Dott. Dario Burgaretta. Oggi il mondo accademico riconosce, senza ombra di dubbio alcuna,  l’appartenenza di questo Purim alla storia della nostra città. 

Ecco in sintesi l’evento, così come viene narrato dalla nostra meghillat: Ai tempi del re Saragusanos era usanza che, quando questi visitava il quartiere ebraico della città, abitato da più di 5000 uomini adulti, le guide e i capi spirituali della comunità, i maggiorenti, si recassero in processione verso il re, portando, in segno di sottomissione e rispetto, i rotoli della Torah. Tale abitudine fu seguita per i primi 12 anni del regno del re Saragusanos, ma nel 13° anno gli Ebrei decisero, per rispetto nei riguardi della Torah, di presentare al re solo le custodie vuote dei rotoli. Avvenne però che un Ebreo converso, Haim Sami, col nuovo nome di battesimo Marcos, denunciò il fatto al re, con la speranza di poter entrare nelle sue grazie. Il re decise di assicurarsi personalmente di quanto il delatore gli aveva raccontato  passando all’improvviso nel quartiere ebraico l’indomani, il 17 del mese di Shevat, con l’intenzione di uccidere, nel caso di una conferma delle accuse, tutti gli Ebrei della città. Ma nella notte il profeta Elia apparve al custode della Sinagoga avvertendolo della minaccia incombente. Così i rotoli della Torah furono riposti nelle custodie, e quando l’indomani il re chiese di vederli, questi gli furono mostrati.

Il delatore, risultata falsa e menzognera l’accusa di lesa maestà, fu punito dal re con la pena capitale, mentre gli Ebrei beneficiarono del favore e della benevolenza del re.

Dalle terre dell’Italia del Sud, così come dalla Spagna e da tutti i territori sottoposti al suo dominio [“territori occupati”? ndb] l’ebraismo è stato violentemente estirpato tra la fine del XV e l’inizio del XVI secolo. Estirpato, ma non cancellato. E oggi, dopo secoli di silenzio, dopo secoli di latenza, una dopo l’altra le comunità estirpate stanno rinascendo, stanno tornando alla luce, stanno rifiorendo, con indomito coraggio, con quella incrollabile determinazione che ha permesso all’ebraismo di sopravvivere a ogni tentativo di annientamento.
Bentornati, ebrei del Sud, e un immenso grazie a Dario Sutter, segretario della comunità di Siracusa, che mi ha fatto dono di questa splendida perla.
(Chi volesse saperne di più sulla comunità di Siracusa può andare qui e qui)

barbara
 


5 febbraio 2012

POST METEO-STORICO-POLITICO-CULTURAL-FILOSOFICO

 

Shavua tov

barbara


4 febbraio 2012

AM ISRAEL CHAI VE CHAIAM

IL POPOLO D’ISRAELE VIVE E VIVRÀ

Accadeva una volta, in tempi barbari e selvaggi, che chi si metteva in viaggio corresse il rischio di incontrare dei predoni: assaltavano, costoro, carrozze e diligenze, carovane e viaggiatori isolati, per depredare i malcapitati di denaro e gioielli.
Accade ancora oggi, in talune contrade, che bande di predoni si appostino per dare l’assalto ad auto di passaggio. Non vogliono però, questi moderni predoni, impadronirsi di beni materiali, bensì conquistare qualcosa di molto più elevato: il Paradiso. Il Paradiso, per chi non lo sapesse, si guadagna uccidendo ebrei. Le contrade in questione, naturalmente, si trovano in Terra d’Israele.
Il 23 settembre 2011 una banda di questi predoni spirituali e idealisti assaliva l’auto di Asher Palmer, uccidendo lui e il figlio Yonatan, di un anno.


                         

Puah, la moglie di Asher, era incinta di cinque mesi. Ora Michael Craig Palmer, padre di Asher e nonno di Yonatan, ci informa che Puah ha dato alla luce un maschietto, di nome Orit. E si continua così come è sempre stato: loro producono morte, il popolo d’Israele produce vita. E non smetterà di danzare. Mazl tov, piccolo Orit, benvenuto al mondo.

barbara

ERRATA CORRIGE: Mi si informa che Orit è un nome femminile. Nel testo inglese non era precisato: l'autore del testo aveva evidentemente dato per scontato che ogni lettore lo sapesse, mentre io avevo dato per scontato che a riempire il vuoto lasciato dal piccolo Yonatan fosse arrivato un fratellino.


3 febbraio 2012

MOZART COME NON L'AVEVATE ANCORA SENTITO

Per un momento di relax.

 

 

Shabbat shalom

barbara


2 febbraio 2012

QUELLA SCHIAVITÙ DI CUI NESSUNO PARLA

E che dura ancora oggi.



barbara 


1 febbraio 2012

E NELLA GIORNATA DELLA MEMORIA È TOCCATO VEDERE ANCHE QUESTO

Egregi Signori,
con la presente desidero mettervi a conoscenza di quanto accaduto nel pomeriggio di domenica 29 Gennaio a Nova Milanese.

L'Anpi cittadina, con la collaborazione di diversi esponenti della sezione di Paderno Dugnano, ha organizzato una conferenza dal titolo "Per non dimenticare".
http://www.peacelink.it/pace/a/35413.html   
La conferenza è iniziata con la presentazione di un libro della Professoressa Laura Tussi, esponente Anpi di Paderno, che ha preso gran parte del tempo disponibile, proseguendo poi con un documentario molto ben fatto da Daniele Marzotta sul lager di Natzweiler-Struthof.
Ha poi parlato il coautore del libro presentato all'inizio, seguito dal figlio di un deportato politico.
È stata quindi la volta di Mario Petazzini, esponente di spicco dell'Anpi di Paderno Dugnano, nonché di Rifondazione Comunista.
Il suo discorso è stato quantomeno fuori dal contesto, visto che si è lanciato in elucubrazioni sull'attualità con non avevano attinenza con la conferenza. Probabilmente il signor Petazzini pensava di essere a un comizio politico pre elettorale.
Ma questo non è importante.
Ciò che conta è che al termine dell'intervento egli ha elencato le stragi efferate che ancora oggi si compiono, a suo dire simili a quelle naziste, enumerando nell'ordine la ex Jugoslavia, il Ruanda, la Cambogia, e... naturalmente la Palestina.
A questo paragone improprio e indegno tra Auschwitz e Gaza in sala si sono levate delle proteste con la richiesta di ritrattare la dichiarazione e alcune persone hanno lasciato la sala.
Petazzini ha però rincarato la dose, dicendo testualmente che "Gaza è un grande lager".
Alla richiesta di scuse ha aggiunto, "Io non mi scuso di niente, tutti noi (dell'Anpi) la pensiamo così."

Alla conferenza è stata invitata anche mia madre, Anika Schiffer, che ha parlato per ultima, dopo di lui.
Mia madre e i suoi fratelli hanno trascorso dopo l'emanazione delle leggi razziali, anni di miseria, terrore ed emarginazione, per poi fuggire in montagna con la banda partigiana di Giorgio Bocca, la 2a divisione, inseguiti e ricercati dai nazifascisti in quanto ebrei.
Il loro destino era Auschwitz.
Il padre di mia madre, mio nonno, non riuscì a fuggire e fu portato prima al centro di raccolta di Borgo San Dalmazzo, poi a Fossoli e infine ad Auschwitz.
Era nella stessa baracca di Primo Levi, da cui mia madre negli anni del dopoguerra ebbe le informazioni sulla sua fine.
Mori il 10 Gennaio 1945 ed uscì per il camino 17 giorni prima che l'Armata Rossa entrasse nel campo.

Le persone che hanno lasciato la sala sono rientrate per ascoltare mia madre.
Ha raccontato la sua storia, come fa quando la invitano a parlare in circostanze simili, a un uditorio particolarmente attento e interessato.
Verso il termine dell'intervento ha tentato di dire qualche parola su Israele, che da Petazzini era stato provocatoriamente descritto come "l'impero del male". È riuscita a dire solo qualche frase smozzicata, interrotta in continuazione da Petazzini e altri due esponenti dell'Anpi di Paderno, che non gradivano quello che stava tentando di dire.
All'ennesimo tentativo di ricominciare la frase su Israele, Mario Petazzini HA SPENTO IL MICROFONO ad Anika Schiffer, dichiarando frettolosamente chiusa la conferenza. Le ha proprio schiacciato il pulsante di funzionamento del microfono, togliendoglielo da davanti.
A quel punto il pubblico ha protestato vivacemente per il gesto antidemocratico e vergognoso di vietare la parola a una signora ottantenne, scampata ad Auschwitz, che cercava di spiegare che Israele non era quello che sosteneva Petazzini.
Lui, molto innervosito dal fatto che qualcuno potesse contestarlo, ha addotto puerili e ridicole scuse relative al tempo che sarebbe terminato.
Bugie. Sia perché la sala era prenotata fino alle 19.00 ed erano le 18e40, sia perché in quel caso sarebbe bastato sussurrare all'orecchio di mia madre una cosa del tipo: "Vada a chiudere".
È stata un'operazione di vergognosa censura, degna degli "antisemiti progressisti" e di come li descrive assai bene Fiamma Nirenstein nel suo omonimo libro.
Tutta la sala si eè accorta chiaramente della volontà del Petazzini di non fare dire cose che non gli piacevano, supportato dagli altri esponenti dell'Anpi di Paderno Dugnano. Il suo gesto è stato inqualificabile e chiarissimo.
Sono riuscito a raccogliere i nominativi e i recapiti di 11 dei presenti, che scandalizzati dal suo comportamento sono pronti a testimoniare quello a cui hanno assistito. Nel caso voleste ascoltarli non avete che da chiedermi la lista.
Inoltre sono in possesso del filmato della conferenza, dal quale potreste ben comprendere cosa è successo. Se lo volete non avete che da chiedermelo.
Ma anche gli organizzatori hanno filmato TUTTA la conferenza, senza interruzioni, perché mi hanno detto che desideravano inserirla su You Tube.
Chiedete a loro il filmato integrale. Sono certo che la loro telecamera, posizionata su un cavalletto fisso, ha funzionato ininterrottamente fino alla fine.
Se vi dicessero che qualcosa non è stato registrato, sappiate che mentirebbero.
Nel post conferenza sono continuate le discussioni, mentre mia madre, distrutta e profondamente amareggiata per l'ignobile trattamento ricevuto veniva portata via da mia sorella.
Tra altre perle degli esponenti dell'Anpi vi segnalo solo questa: "Ha ragione Ahmadinejad a volere la bomba atomica, d'altra parte Israele ce l'ha gia'"
Il resto preferisco risparmiarvelo, ma si trattava dei soliti luoghi comuni antisemiti a cui, purtroppo siamo abituati.
Solo che non ce li aspettavamo da voi.
Non voglio credere che anche per voi gli unici ebrei buoni siano quelli morti, su cui riversate la vostra pietà, destinando invece il vostro odio a quelli vivi e che magari (ma tu guarda che pretese!) non si vorrebbero fare ammazzare.
Nel comunicarvi che riceverete la mia tessera strappata a uno dei vostri indirizzi, vi chiedo:
La posizione ufficiale dell'Anpi è che è vietato parlare di Israele nelle conferenze da voi organizzate?
Anche a quelle in teoria organizzate per ricordare la Shoah?
Pensate che Gaza e Auschwitz siano la stessa cosa, come i peggiori negazionisti e gli esponenti dell'estrema destra neonazista?
Ritenete che Ahmadinejad faccia bene a procurasi armi nucleari?
La posizione del vostro esponente Mario Petazzini è anche la vostra?
Se cosi fosse ne prenderemmo atto, tirando le debite conclusioni.
Se invece così non fosse, intendete intervenire nei confronti dei responsabili di questi atteggiamenti?
Vi sarò grato per una vostra risposta che, sono certo, non potrà mancare, fosse anche solo per una questione di educazione.
Provvederò personalmente a girarla a tutte le persone e le Associazioni che ci leggono in copia.
Saluto distintamente,
Roberto Cavallo Schiffer (da Informazione Corretta)

Come sono solita dire in questi casi, in realtà è vero che Gaza è esattamente come Auschwitz:
Auschwitz era un'istituzione guidata da una cricca di criminali che aveva come unico scopo ammazzare il maggior numero possibile di ebrei, e Gaza è un'istituzione guidata da una cricca di criminali che ha come unico scopo ammazzare il maggior numero possibile di ebrei. Davvero, con tutta la buona volontà è difficile trovare differenze sostanziali.
Comunque per avere una qualche idea su questa tragica prigione a cielo aperto in cui le vittime diventate carnefici stanno lasciando agonizzare un milione e mezzo di persone, suggerisco di dare un’occhiata a uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto nove.


barbara


31 gennaio 2012

BESTIE A QUATTRO ZAMPE VERSUS BESTIE A DUE ZAMPE


 

Una femmina di leopardo uccide una femmina di babuino, per nutrirsi, ma nel momento stesso in cui termina di ucciderla e sta per cominciare a mangiarla, si accorge che attaccato al suo corpo c’è un piccolo appena partorito. E di colpo la belva a quattro zampe dimentica la preda, dimentica la fame, dimentica ogni cosa, perché una priorità assoluta si impone: un piccolo indifeso, da lei reso orfano, da accudire, da proteggere dai nemici, da scaldare nel freddo della notte.
Due maschi di umani entrano in una casa e uccidono, con efferata ferocia, due genitori, per il gusto di uccidere. Ne uccidono anche, con efferata ferocia, due cuccioli, per il gusto di uccidere. Terminata la mattanza stanno per andarsene, quando l’ultima nata, una bambina di tre mesi, comincia a piangere, e di colpo le belve a due zampe dimenticano il pericolo di essere sorpresi, dimenticano la necessità di allontanarsi il più in fretta possibile, dimenticano ogni cosa, perché una priorità assoluta si impone: una neonata, da loro resa orfana, da sgozzare.

E poi c’è qualcuno che festeggia il lieto evento dello sgozzamento, e qualcuno che chiama queste belve a due zampe eroi di cui essere fieri. E poi c’è qualcun altro che saggiamente e pacatamente ci spiega che con loro si deve fare la pace. E sicuramente ci sarà qualcun altro ancora che ci racconterà che questa, però, è un’altra storia.

barbara


30 gennaio 2012

REGALIAMOCI UN RIPASSINO DI STORIA

Che ogni tanto fa bene: per chi la storia la sa ma gli manca qualche dettaglio; per chi la sapeva ma l’ha un po’ dimenticata; per chi più o meno la sa ma con tutte le menzogne che girano è un po’ frastornato; per chi non la sa ma la vorrebbe sapere; per chi l’ha visto e per chi non c’era e per chi quel giorno lì inseguiva un’altra chimera.

Restituzione e pulizia etnica

Cari amici,
durante una discussione con un lettore di IC, non proprio d'accordo con la nostra linea, è emerso un argomento importante, che mi accorgo di non aver mai trattato a sufficienza. Cerco di esporvelo qui, perché mi sembra che non solo io non ne parli abbastanza, ma sia proprio rimosso.
Il fatto è questo. Durante le trattative, e la propaganda infinitamente ripetuta che praticano secondo la ricetta di Goebbels ("mentite, mentite, alla fine vi crederanno tutti"), i "moderati" dell'Autorità Palestinese ripetono che precondizione delle trattative (che hanno appena abbandonato di nuovo "definitivamente", lo sapevate?
http://www.haaretz.com/print-edition/news/palestinians-peace-negotiations-with-israel-have-ended-1.409229) la "restituzione" dei "territori occupati" da Israele nei "confini" del "67".
Ora, sappiamo tutti che non si tratta di "confini", ma di linee armistiziali, come gli stessi stati arabi vollero precisare esplicitamente negli accordi armistiziali del '49, evidentemente con l'idea di cercare presto la rivincita per cancellarli. E sappiamo anche che non sono del '67, ma del '49, non la premessa di una guerra di conquista di Israele, che non c'è mai stata, ma la conclusione di una durissima e sanguinosissima autodifesa contro la "guerra di sterminio e di massacro" (così definita dal segretario della Lega Araba d'allora, 'Abd al-Rahman 'Azzam Pascià: http://it.wikipedia.org/wiki/Storia_di_Israele).
Ma vale la pena di concentrarsi sull'altro elemento propagandistico: "restituzione". Si restituisce una cosa a qualcuno che l'aveva. Ma fra il '49 e il '67 chi aveva quei territori era uno stato che si chiamava Transgiordania, ritagliato abusivamente dagli inglesi nel '22 dal mandato che era stato loro affidato dalla conferenza di San Remo allo scopo di realizzarvi "la patria nazionale ebraica" (Jewish National Home). La Transgiordania si annesse la "Cisgiordania" e si fece chiamare da allora Giordania. Ma anche se la maggioranza dei suoi cittadini è più o meno parente o ha origini analoghe a quelle degli arabi che vivono dall'altra parte del Giordano, ha sempre rifiutato, ora come cinquant'anni fa, di dichiararsi "stato palestinese". Sono "hashemiti", dicono, legati a origini arabe (il che è vero per la dinastia regnante) e alla cultura beduina. Hanno anche rinunciato a ogni pretesa sulla "Cisgiordania" e stanno cercando di togliere la cittadinanza ai "palestinesi", stanziati lì da sempre.
E allora perché "restituzione"? Perché sono arabi anche loro, com'erano arabi anche gli egiziani che occuparono Gaza nello stesso periodo, senza però annetterla. Si tratta dunque di "restituire" agli arabi una terra che come arabi non avevano più governato dal tempo delle Crociate (quando era passata di mano dal califfato di Baghdad, arabo benché lontano) ai Mammelucchi e poi agli ottomani, entrambe dinastie turche). La richiesta della "restituzione" getta dunque molte ombre sull'autonomia nazionale "palestinese". Quel che conta è un governo arabo o anche solo islamico - tant'è vero che i "palestinesi" non hanno mai fatto "resistenza" contro giordani ed egiziani, certamente occupanti e con minor titolo degli israeliani, visto che col mandato internazionale di Palestina non avevano a che spartire.
Ma c'è di più, qualcos'altro che la dirigenza "palestinese" rimpiange e cui vuole con tutte le sue forze ritornare. Durante l'occupazione giordana, la situazione era questa: nella "Cisgiordania" non c'erano ebrei, non uno solo, non era loro permesso neanche venire in visita alle tombe, tanto meno pregare nei luoghi sacri. In Israele invece gli arabi c'erano, stavano bene e crescevano. Insomma, la situazione ideale, la stessa che ora vorrebbe Abu Mazen: un territorio "judenrein" (per dirla coi nazisti) in mano agli arabi, se non ai palestinesi, e una Israele che sarebbe stata prima o poi "conquistata dal ventre delle donne", come si espresse Arafat, se non dalle armi. Perché non c'erano ebrei nella "Cisgiordania" occupata dai giordani? Perché erano stati cacciati a suo tempo dai Romani, dai bizantini, dagli Abbassidi, dai Crociati, dai Mammelucchi ecc. ? Tutte queste cacciate erano avvenute, ma gli ebrei non si erano mai del tutto staccati dalla loro terra (che più delle pianure costiere che formano buona parte dello stato di Israele erano state proprio le colline di Giudea e Samaria). Ci erano sempre ostinatamente tornati.
No, c'era stata un'altra cacciata, una vera e propria pulizia etnica, l'ultima (o nelle speranze di Abu Mazen e dei "pacifisti", la penultima). Quella realizzata dai Giordani (e dai loro "consiglieri" britannici che ne inquadravano l'esercito secondo le tipiche modalità colonialiste). Durante la Guerra d'Indipendenza i giordani "ripulirono" sistematicamente tutte le antichissime residenze ebraiche (Gerusalemme, Hebron ecc.) e naturalmente anche i numerosi insediamenti moderni, le fattorie e i villaggi (buona parte dei quali è stata di nuovo popolata dopo il '67 diventando nel gergo arabo e "pacifista" le "colonie"). Si trattò di un'azione molto violenta che comportò per esempio la distruzione di tutte le sinagoghe del quartiere ebraico di Gerusalemme, la devastazione di tutte le case ebraiche ecc. (http://www.zionism-israel.com/his/Hadassah_convoy_Massacre-4.htm)
Fu un caso? Il frutto delle cieche violenze della guerra? Niente affatto. Il colonnello Abdullah el Tell, comandante locale della Legione Araba giordana, ha descritto la distruzione del quartiere ebraico, nelle sue Memorie: "Le operazioni di distruzione calcolati furono messe in moto...  Sapevo che il quartiere ebraico era densamente popolato da ebrei... Ho iniziato, pertanto, il bombardamento del quartiere con mortai, attuando danni e distruzione... Solo quattro giorni dopo il nostro ingresso in Gerusalemme il quartiere ebraico era diventato il loro cimitero. Morte e distruzione regnavano su di esso... All'alba di venerdì 28 Maggio 1948, il quartiere ebraico emerse distrutto in una nera nuvola, una nuvola di morte e agonia..." Il comandante giordano riferì ai suoi superiori: "Per la prima volta in 1.000 anni, non un singolo Ebreo rimane nel quartiere ebraico. Non un singolo edificio rimane intatto. Questo renderà impossibile agli ebrei tornare qui" (http://www.israpundit.com/archives/38787). Insomma fu una vera e propria deliberata pulizia etnica. Guardate qui alcune foto: http://proisraelbaybloggers.blogspot.com/2011/11/ethnic-cleansing-of-jerusalem.html.
"Anche se solo il Pakistan e la Gran Bretagna riconobbero la sovranità di Hussein su quello che i media mondiali continauano a chiamare, secondo l'ottica giordana "West Bank" "Cisgiordania" e "Gerusalemme Est", la parte orientale di Gerusalemme e il resto di Giudea e Samaria fu oggetto di una vera e propria pulizia etnica dei suoi ebrei.
Ebrei vissero in tutte le parti di Gerusalemme da secoli, tutt'intorno al  Monte del Tempio, fino al 1948 quando i soldati di re Hussein ne uccisero molti e costretto il resto fuori. Per 19 anni il re Hussein di Giordania non solo ha reso la parte orientale di Gerusalemme (la sola su cui aveva potere, lo avrebbe fatto dappertutto se avesse potuto) "judenrein", ma ha sradicato i simboli ebraici. I cimiteri furono vandalizzati. Lapidi ebraiche furono utilizzate per strade e servizi igienici. 58 sinagoghe ebraiche nella Città vecchia distrutte o trasformate in stalle per cavalli. Il tentativo giordano di cancellare ogni traccia di presenza ebraica quasi riuscì, ma fu sconfitto dagli israeliani nel giugno del 1967." (http://www.palestinefacts.org/pf_independence_jerusalem.php). Per questo è sbagliato parlare di occupazione israeliana di Gerusalemme e bisogna capire che fu una liberazione.
Il paradosso vuole che i "nuovi storici" israeliani hanno attentamente analizzato ogni traccia di un presunto tentativo israeliano di fare pulizia etnica nel '48-49 dai territori su cui avevano potere (trovando tracce di qualche incidente, ma nulla di più, come provano le centinaia di migliaia di arabi che non accolsero l'appello degli eserciti arabi a fuggire dalle loro case e sono rimasti indisturbati da allora, moltiplicando numeri e ricchezza. E oggi i palestinesi e i loro amici all'Onu e nei giornali di sinistra accusano Israele di voler "giudeizzare" Gerusalemme. Ma la pulizia etnica giordana non è ricordata, né indagata dagli storici. E soprattutto non si parla del progetto "palestinese" di ripeterla sui territori che saranno loro assegnati e possibilmente su tutta Israele.
la questione delle "colonie" è tutta qui, un affare di pulizia etnica, la riproduzione oggi di quel che  avvenne in passato, di quel che progettava instancabilmente Amin Al Husseini, il muftì di Gerusalemme amico di Hitler (http://blogs.jpost.com/content/same-message-different-mufti-rhetoric-1940s-2012). Non dimentichiamolo, la restituzione della terra vuol dire per gli arabi la sua pulizia etnica.

Ugo Volli  (informazione corretta)

Sì, la questione è davvero tutta qui: i nuovi nazisti hanno tentato di portare a termine l’opera dei vecchi nazisti di Hitler, non ci sono riusciti, e allora stanno continuando a chiedere al mondo di aiutarli a farlo. E il mondo sta continuando a cercare il modo di farlo senza farsi notare troppo. Pare che Hitler abbia detto una volta: “Il mondo ci ringrazierà per avergli fatto il lavoro sporco”. Non si sbagliava.

barbara


29 gennaio 2012

SOLIDARIETÀ A PEPPINO CALDAROLA

Ciò che gli è accaduto, credo, lo sapete tutti: si è permesso di criticare una vignetta di Sua Altezza Serenissima il signor Vauro – quella vignetta, per la precisione, di cui mi ero occupata qui. E che cosa ha fatto quel campione dell’umorismo, quel campione della libertà di pensiero di parola e di stampa, quel campione della libertà di critica del signor Vauro? Lo ha denunciato. E il giudice ha dato ragione al campione ecc. ecc. signor Vauro: ha deciso che sì, Caldarola gli aveva fatto la bua e lo ha condannato a un risarcimento danni di 25.000 euro (e, per inciso, anche il post in cui Caldarola, nel suo blog, informa sull’accaduto, è servito da spunto alla ben nota feccia antisemita per scatenarsi una volta di più vomitando tutto il proprio consueto becerume).
Nell’esprimere dunque a Peppino Caldarola tutta la mia stima e tutta la mia solidarietà, faccio mia la proposta di Silvana De Mari: se la condanna dovesse essere confermata in appello, tassiamoci tutti per dieci euro a testa per pagare il risarcimento. Perché la libertà di critica non è qualcosa che riguarda il Tizio o il Caio di turno: riguarda tutti noi.

          

barbara


28 gennaio 2012

UN SOGNO TRAMANDATO DAL FARAONE AL 1938

Mi chiamo Anna. Ho dodici anni. Ho occhi e capelli castani. La mia adolescenza è appena iniziata. Ma la mia vita sta per finire. Mi chiamo Rebecca. Ho cinque anni. Ho occhi azzurri e capelli biondi. Non festeggerò mai il mio compleanno di sei anni. Mi chiamo Isaac. Non so esattamente quanti anni ho. Forse uno. Forse due. L’unica cosa certa è che mi hanno separato dalla mia mamma. E che non la rivedrò mai più. Mi chiamo Ruben. Sarei dovuto nascere tra due mesi. La mia anima non giungerà mai in questo mondo. Qualcuno ha deciso che non meritiamo di vivere. Che siamo colpevoli di una diversità insopportabile. La lingua parlata dai nostri genitori è troppo differente da quella del posto. Il nostro modo di vestire non segue sempre le mode dettate dagli stilisti. I nostri nomi, durante l’appello, risuonano come suoni stranieri tra le mura di scuola. La nostra identità è troppo sentita per passare inosservata. Il nostro orgoglio come nazione troppo potente per rimanere silente. Coloro che ci hanno negato il futuro avevano un unico progetto in testa. Un sogno tramandato dal faraone fino al 1938. Cancellare per sempre l’esistenza del popolo a cui apparteniamo. Annientare il nostro presente per evitare un nostro domani. Un disegno, grazie a D-o, mai trasformato in realtà. Voi, che vi trovate lì oggi, a leggere comodi in una sinagoga o tra le accoglienti pareti di casa, potete scegliere. Se piangere per noi, commiserandoci e ricordandoci. O riportarci in vita. Quando una bambina di nome Anna compirà dodici anni e prenderà su di sé tutte le mizvot. Quando una bambina di nome Rebecca accenderà una candela al venerdì sera. Quando un bambino di nome Isaac pronuncerà ‘torà’ tra le sue prime parole. Quando un bambino di nome Ruben vedrà la luce e farà il brit milà all’ottavo giorno. Il sogno dei nostri nemici andrà in frantumi. E voi ci avrete ridato la nostra vita rubata.

Gheula Canarutto Nemni 

In realtà l’amica Gheula si dimostra, nel titolo, straordinariamente ottimista: quel sogno dura tuttora, purtroppo. Lo vediamo quotidianamente, in certi commenti immondi nei nostri blog, nei siti, nei forum, negli articoli di giornale, in certe sentenze di tribunale. Ma noi siamo qui, incrollabilmente determinati a mandare in frantumi quel sogno. E magari anche i sognatori.

 

barbara


28 gennaio 2012

OGGI 84 UCCISI IN SIRIA

Ecco cos’era tutto quel casino sulle strade, grida, proteste, bandiere siriane bruciate, richieste di boicottaggio, invocazioni all’Onu per una risoluzione di condanna, sit-in davanti ai consolati, urla di insulti, promesse di vendetta: quello era!

barbara


27 gennaio 2012

I GIUSTI - QUELLI GIUSTI E QUELLI NO

Tendenze della Memoria

È ragguardevole il numero di quelli che hanno salvato gli ebrei nel corso della Seconda guerra mondiale. In Italia il numero dei salvatori auto-certificati di ebrei ha raggiunto i 270 milioni. Ormai si pensa di aprire una sede ufficiale a Collodi.

 

Il Tizio della Sera

Una volta, in risposta a una mia lettera al giornale, un tizio mi ha scritto raccontando che dal primo gennaio del 1942 al 31 dicembre del 1945 aveva tenuto nascosto in casa propria un ebreo (evidentemente doveva essere un ebreo molto preciso nel decidere con le date dei suoi nascondimenti) dividendo con lui lo scarso pane e l’ancora più scarso companatico, oltre che rischiando quotidianamente la vita, e “dopo oltre mezzo secolo sto ancora aspettando il bene di un grazie”. Gli ho fatto cortesemente presente che per tutto il 1942 e due terzi del 1943 non solo nessun ebreo italiano aveva bisogno di nascondersi, ma arrivavano addirittura, in fuga da Austria e Germania, un gran numero di ebrei stranieri a cercare rifugio qui, dove la situazione per gli ebrei era senz’altro scomoda, ma non pericolosa; e che negli ultimi due terzi del 1945 nessun ebreo in nessuna parte del mondo si doveva nascondere, perché la guerra era finita. Si è incazzato come una bestia, accusandomi di credere più alle favole degli ebrei che alle parole di un testimone.

Una volta, durante un corso di aggiornamento, una collega, più anziana di me, ha raccontato che qualche anno dopo la fine della guerra è arrivata all’albergo di cui era proprietaria la sua famiglia una famiglia dall’Australia, chiedendo di suo padre. Saputo che era morto qualche mese prima, sono apparsi in preda al più grande sconforto, sembravano addirittura disperati. Lei, all’epoca bambina, non riusciva a spiegarsi questo comportamento, dato che non li aveva mai visti prima, e dunque sicuramente non dovevano essere amici o parenti. La madre allora le ha spiegato che erano ebrei, che nel corso della guerra erano capitati nel loro albergo. Erano riusciti a trovare un imbarco per l’Australia e avevano con sé un cofanetto di gioielli, con cui avrebbero potuto mantenersi nei primi tempi. Potendo essere fermati in qualunque momento, non si fidavano però a portarlo con sé, e d’altra parte era impensabile spedirlo; allora il padre della collega si era offerto di portarlo lui a Genova, viaggiando separatamente da loro, e così avevano fatto. Il disturbo era stato minimo, e di rischi non ne aveva corsi, ma i beneficiari del favore avevano sentito il dovere di intraprendere il viaggio dall’Australia unicamente per incontrare il loro benefattore, per dimostrargli che la sua azione era andata a buon fine, consentendo loro di salvarsi, e per ringraziarlo. 

 

barbara


26 gennaio 2012

FINO A QUANDO?

 

God ... God... God almighty, when will it end?
A moment of silence isn't enough for six million.
We'll never be able to understand the magnitude of this tragedy.
They had dreams of a final solution.
Everyone went to sleep, and that was their last day.
One by One a people was almost annihilated.
Even the bravest didn't survive.
None were human, all were just numbers.
Standing in a long line with no tomorrow in sight.
So much crying without a single tear.
So many endings and that was just the beginning.
Lots of prayers and shouts, but no one heard a sound.
And how could the Messiah not come to rescue us?
We were moving targets in Satan's shooting gallery.
Impossible to hide and nowhere to run to.
Temperature rising, our feet sticking to the ground.
From dust to dust, our souls go to Heaven.

The trains to death, the web of lies.
The helpless still struggling for life.
Murdered, robbed, that's it for their souls?
Identified only by numbers but their names won't be forgotten.
Freedom vanished, yet the hope remained.
The soul survived, our eyes looking towards Eretz Y'Israel.
A massacre without reason.
A sea of victims.
Those tired out with yellow stars on their shirts.
And were sent in to the flames.
How is it possible to steal dreams from kids.
In a time when adults' memories are stolen?
What did I do so horrible that there's no forgiveness.
I always said "Amen" after every prayer.
Now running through my head are thoughts of quitting.
Tell me, how did we lose.
our photos of mortals?
Feeling what happened to us in the Holocaust.
Sixty years ago and it's still engraved in our souls.
A big scream stuck in my throat.
Six Million! Etched in my memory.
What mistake created anti-Semitism?
Who gave man the authority to annihilate a culture?
From the Star of David almost nothing survived.
I'll wear mine, all my life never taking it off.
So that in the future.
We won't return to these same mistakes..
To remind me to always keep my eyes open.
And to teach me not to become prey within a cell.
There's not another life cowering in fear.
To be honoured in life, and to die with honor.
The code for Heaven is survival.
The sun will rise and the sun will set.
The rain will come and wash everything away.
The circle of life is true.
If there's life after death.
We'll wait for them there!
God...God...
God Almighty, when will it end?

God...God...
God Almighty, when will it end?

barbara


25 gennaio 2012

DEMOCRAZIA

C’era da decidere se l’anno prossimo si manterrà in sistema attuale o si introdurrà la settimana corta, con due rientri pomeridiani e il sabato libero, e dato che siamo una democrazia avanzata, per poter decidere nel modo migliore sono stati consultati tutti gli interessati, ossia scolari e insegnanti. Circa il 99% degli scolari hanno optato per il mantenimento del sistema attuale (“Per avere libero il sabato mattina che poi non saprei neanche cosa farmene dovrei passare a scuola due pomeriggi alla settimana? Ma siamo matti?!”). Noi insegnanti abbiamo già cinque giorni di insegnamento alla settimana; la differenza fra il sistema attuale e la settimana corta è che adesso il giorno libero ce lo scegliamo noi mentre con la settimana corta ci viene imposto. E con in più i rientri pomeridiani a cui va aggiunto, a turno, l’obbligo di sorveglianza in mensa (con diritto, però, a un piatto di pastasciutta e un bicchiere d’acqua. Io lo so perché me lo sono beccato diverse volte l’anno scorso come ora di supplenza. Volendo però si può avere anche qualcosa di più: basta pagarlo di tasca propria). E avendo già uno o due pomeriggi di attività a scuola, potremmo trovarci ad avere anche tre o quattro pomeriggi a scuola, restando poi, a casa tutte le altre cose da fare: preparazione, correzioni, aggiornamento registro, compilazione di verbali e scartoffie varie. Per tutte queste ragioni la percentuale di insegnanti che hanno optato per il mantenimento del sistema attuale è stata anche più alta di quella degli scolari.
QUINDI nelle alte sfere è stato democraticamente deciso che dal prossimo anno scolastico verrà introdotta la settimana corta. (E le scuole che non hanno la mensa? C&##i loro)

barbara


24 gennaio 2012

SHIR HASHIRIM, IL CANTICO DEI CANTICI

Per non dimenticare.

 

Perché c’è sempre chi dimentica, eccome se c’è.

barbara


23 gennaio 2012

GLI EBREI ORTODOSSI E LE DONNE: CHE COSA DICE LA TORAH?

La lussuria, la modestia e il Talmud

La rilevanza religiosa della modestia può essere disgiunta dal desiderio maschile di controllo sul corpo delle donne? Considerando i recenti avvenimenti, in Israele, sembrerebbe proprio di no.
Il mese scorso Naama Margolese, una innocente bambina di otto anni che vive a Beit Shemesh, vestita modestamente, ha descritto come alcuni estremisti religiosi – tutti uomini – l’abbiano umiliata e le abbiano sputato addosso perché ritenevano che non fosse vestita in maniera abbastanza modesta mentre camminava verso la scuola religiosa che frequenta. E capita sempre di più che gli autobus pubblici, in Israele, applichino una segregazione di genere imposta dai passeggeri ultraortodossi sia all’interno che in vicinanza delle zone da loro frequentate. E guai alle ragazze e alle donne che rifiutano di spostarsi nel retro dell’autobus.
Tutto ciò rientra in una battaglia più ampia in corso in Israele fra gli ultraortodossi e il resto della società israeliana, che dibatte del ruolo delle donne nella società, del diritto stesso di essere una presenza visibile e di occupare un posto nella sfera pubblica.
Cosa c'è dietro a questi eventi destabilizzanti?
Ci viene raccontato che sono l’effetto della concezione religiosa della modestia, secondo la quale le donne devono essere coperte e tenute nascoste in modo che gli uomini non generino pensieri impuri. Da un principio religioso destinato a regolare gli impulsi sessuali maschili si arriverebbe poi ai maschi che hanno il controllo sul corpo delle donne.
Non è un problema esclusivamente ebraico, ma il Talmud, il fondamento della legge ebraica, ci propone una risposta forse sorprendente: la responsabilità di controllare i pensieri licenziosi degli uomini sulle donne ricade in maniera chiara sugli uomini.
Ancora più esplicitamente il Talmud dice: “E' un problema tuo, signore, non suo (di lei)”.
I maschi ultraortodossi in Israele che vorrebbero esercitare un controllo sulle donne sostengono che le stanno onorando. E dichiarano: “Non trattiamo le donne come oggetti sessuali come fate voi nella società occidentale. Le nostre donne sono più che corpi, e questo è il motivo per cui i loro corpi devono essere completamente coperti”.
In effetti, però, le loro azioni rendono le donne oggetti, ipersessualizzati. Pensateci: dicendo che tutte le donne devono nascondere il proprio corpo dicono che ogni donna è un oggetto che può scatenare gli impulsi sessuali di un uomo. Quindi, ogni donna che attraversa il loro campo visivo è vista a seconda di quanta parte del suo corpo è coperta. Non è vista come una persona nella sua interezza, solo come una potenziale tentazione a peccare.
Ovviamente quando si giudica un essere umano di sesso femminile solo attraverso l’immaginazione sessualizzata di un uomo è anche possibile trasformare una ragazzina modesta di otto anni in una seduttrice e una prostituta.
La realtà è che stiamo parlando di una mentalità che colpevolizza le vittime. Sposta la responsabilità di gestire gli impulsi sessuali maschili dall’uomo stesso a ogni donna che egli potrebbe incontrare. È una mentalità collegata con l’affermazione “Se l’è cercata”.
Così la responsabilità ricade sulle donne. Per proteggere gli uomini dai loro impulsi sessuali, le donne devono eliminare la femminilità dal loro aspetto pubblico, eliminando anche la più piccola prova evidente della propria identità sessuale.
E tutto questo viene compiuto in nome della Torah e della legge ebraica.
Si tratta in realtà di una totale perversione. Il Talmud, il fondamento della legge ebraica, riconosce che un uomo può essere sessualmente eccitato dalle donne ed effettivamente si preoccupa degli impulsi e delle attività sessuali al di fuori del matrimonio. Ma non dice alle donne che ricade su di loro la responsabilità dei desideri sessuali degli uomini. Si tratta piuttosto di una responsabilità che sia il Talmud che i Codici successivi di Leggi ebraiche attribuiscono agli uomini.
Il Talmud dice che ad un uomo è vietato guardare con intenzioni erotiche una donna, che sia bella o brutta, sposata o non sposata. Alcuni rabbini talmudici posteriori estendono questo divieto anche “al dito più piccolo” e “ai suoi vestiti colorati – anche se sono stesi ad asciugare”.
Per trasformare queste in affermazioni della responsabilità delle donne bisognerebbe chiedere alle donne ebree che si coprano anche le mani e che non facciano asciugare i vestiti in luoghi pubblici. Nessuno ha ancora affermato una cosa del genere. Non ancora, per lo meno.
Il Talmud in effetti dice al maschio religioso: Se hai un problema, gestiscilo. È lo sguardo maschile - il modo in cui gli uomini guardano le donne - che deve essere privato di implicazioni sessuali, non le donne stesse in pubblico. La certezza che gli uomini non vedano le donne come oggetto di gratificazione sessuale è esclusivamente sotto il controllo degli uomini.
La tradizione ebraica insegna agli uomini e alle donne, alla stessa maniera, che dovrebbero essere vestiti con modestia. Ma la modestia non viene definita, né tratta principalmente di quanta parte del corpo è coperta. Si tratta di comportamenti. Si tratta di riconoscere la necessità di non essere al centro dell’attenzione. Si tratta di impersonare il richiamo alla modestia del profeta Micah: impara a “Camminare umilmente con il tuo D.”
Naama, a otto anni, avrebbe alcune cose sulla modestia da insegnare, ai suoi aggressori.

Rav Dov Linzer

rav Dov Linzer è il rettore della Yeshivat Chovevei Torah Rabbinical School, Riverdale-Bronx (Usa).

(The New York Times - 20 gennaio 2012, versione italiana di Ada Treves)
 
 

Evidentemente i super-extra-ultra-mega ortodossi che si turbano a vedere qualche centimetro di braccia di una bambina i otto anni, oltre al vivere civile, oltre al rispetto, oltre alla dignità, oltre alla decenza, avrebbero un po’ da imparare anche su quella Torah in nome della quale pretendono di agire. Ma le donne, per fortuna, anche quelle ortodosse, lo sanno.
 
 

barbara


22 gennaio 2012

CHIEDO AIUTO AGLI ALTRI UTENTI DEL CANNOCCHIALE

Dopo la (ennesima) burrasca dei giorni scorsi, sembra che il cannocchiale abbia ripreso a funzionare. A me però rimane un problema: non mi fa più inserire immagini. Se clicco “carica” compare l’immagine che indica che sta caricando, e va avanti all’infinito, senza arrivare a caricare mai; se clicco “cerca nel server” mi compare l’indicazione di errore, e se chiedo i dettagli viene fuori questa scritta:

 

URL requested: "http://www.ilcannocchiale.it/ckfinder/core/connector/aspx/cannector.aspx?command=lnit&type=lmages"

Server response:

Status: 200

Response text:

<!DOCTYPE html PUBLIC "-//W3C//DTD XHTML 1.0 Transitional//EN" "hitp://www.w3.org/TR/xtml1 /DTD/xhtml1-transitional.dtd">

<html xmlns="http://rnww.w3.org/1999/xhtml" >

<head>

<title>Errore</title>

</head>

<body>

<span style="font-size: 11pt; color: #1f497d; font-family: 'Calibri','sans-serif"'>si

&egrave; verificato un errorre durante l’elaborazione della pagina, si prega di riprovare

pi&ugrave tardi.</span>

</body>

</html>

Al cannocchiale ho già scritto due volte, ma come sempre nessuno risponde. Qualcuno mi sa dire che cosa significa quella roba e, soprattutto, cosa posso fare per poter tornare a postare immagini? Vedo che in altri blog le immagini vengono postate, il che sembrerebbe significare che si tratti di un problema mio, ma dato che le ho sempre postate, e che tutto il resto funziona, non riesco davvero a capire dove stia il pasticcio. Grazie

barbara


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Un proposito:
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Hadas Fogel, colona ebrea di mesi 3, giustiziata (sgozzata) a Itamar l'11 marzo 2011 dai combattenti per la libertà palestinesi





MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


Lo stato ebraico e il mondo islamico





Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte
Trad. Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan





Questo è Leone, e ha la bella età di tre ore


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