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Diario
1 settembre 2010
MOTO PERPETUO
e oltre…
Prima della fine dell'anno circoleranno in Israele delle automobili Renault sviluppate in Israele spinte unicamente da motore elettrico con un'autonomia di 140 miglia (invece di 300 del pari modello a benzina). Tali batterie saranno ricaricate con energia solare. Inoltre nelle strade israeliane saranno previsti dei sistemi di nuova tecnologia che, sistemati sotto l'asfalto, si caricano di energia elettrica al passaggio delle automobili. Ne consegue che il sole produrrà l'elettricità che farà muovere le automobili che a loro volta produrranno elettricità aggiuntiva. Ancora più del moto perpetuo.
E grazie all’amico Emanuel Segre Amar per la segnalazione. Che mi sento di commentare così: se esiste un miracolo quale l’ebraismo, perché stupirsi se gli ebrei hanno creato un miracolo che supera quello del moto perpetuo? (Vado ma torno presto, voi fate i bravi, mi raccomando. Nel frattempo ascoltatevi quest’altro miracolo della creatività umana, dedicato a tutti voi ma in modo speciale al mitico Toni)
barbara
31 agosto 2010
QUALCUNO CON CUI CORRERE
Quando ho cominciato a leggerlo, dico la verità, non avevo mica intenzione di scriverne la recensione. Anzi, non avevo neanche intenzione di finirlo, perché la storia, diciamolo, è di una cretinitudine unica (il cane che sa che è domenica e che bisogna andare a prendere la pizza, ma per piacere!). Finisco il capitolo, giusto per sentire cosa dice la monaca folle, e poi lo mollo. Ancora due pagine, per vedere se il poliziotto sadico arriva ad accorgersi che non è lui, e poi lo mollo. Ancora dieci pagine, vediamo se riesco a capire perché quella pazza deve per forza andare a cantare in Ben Yehuda... E poi ho letto tutta la notte fino alle nove e mezza di mattina, quando sono arrivata alla pagina 362 e ho potuto finalmente chiudere il libro. E lo so, sì, che oltretutto è anche spaventosamente banale una storia in cui quando tutto sembra perduto arrivano i nostri – e tu che leggi, naturalmente, lo sai benissimo che adesso qualcosa deve per forza succedere, perché un romanzo che si rispetti non può mica finire con una carneficina, una strage di innocenti e il male che trionfa e il bene che soccombe, e che diamine! – ma poi devi anche fare i conti con la commozione che ti prende con la scazzottata della piscina, un mezzo massacro, se vogliamo proprio essere onesti, e quando lui ricorda i segni, e l’innamorato della sorella, e allora perdoni tutto e quasi quasi, se solo ne avessi il tempo, lo riapriresti alla prima pagina e ricominceresti da capo.
David Grossman, Qualcuno con cui correre, Mondadori
barbara
30 agosto 2010
Qualche riflessione sugli ennesimi “colloqui di pace”
Dato che si sa ma nessuno osa dirlo, qualcuno dovrà pure decidersi a farlo…
La settimana prossima si riuniranno negli USA israeliani e palestinesi, finalmente di nuovo gli uni di fronte agli altri. Ma con quali speranze? Di mettere fine a un conflitto che dura da un secolo? Certamente no. L’unico obiettivo immediato che si può ravvisare è quello che sta a cuore al presidente americano: porre un freno al suo drammatico calo di consensi. Nell’impossibilità di modificare in fretta i parametri dell’economia, nell’incapacità di trovare una onorevole via di uscita ai conflitti che vedono schierati tanti soldati americani, Obama sembra aver pensato che una correzione (reale? duratura?) del suo atteggiamento verso Israele e verso il conflitto che l’oppone ai palestinesi sia l’unica speranza per salvare le oramai vicine elezioni di midterm. Abu Mazen sa bene di non avere alcun margine di trattativa di fronte alle offerte molto generose a suo tempo rifiutate da Arafat. Potrebbe egli accettare quanto Arafat ha rifiutato? Ed è immaginabile che un qualsiasi leader israeliano possa oggi offrire ancora di più? Anche a causa di questa realtà non è mai stato possibile trovare una base da cui partire per la riapertura dei colloqui diretti. Ma esaminiamo meglio i termini della questione. Innanzitutto guardiamo ai negoziatori palestinesi: Abu Mazen non ha titolo alcuno per firmare alcunché, dato che i termini della sua presidenza sono scaduti da lungo tempo; inoltre la sua leadership è contestata da larga parte della sua gente e, soprattutto, non ha mai goduto dell’autorità e del prestigio indispensabili per poter condurre qualsivoglia trattativa. E il suo primo ministro, pur abile nella gestione del governo, non gode di alcuna popolarità tra i palestinesi. Qualunque documento da loro sottoscritto sarebbe contestato dai capi arabi. Se si pensa al rifiuto opposto dalla Lega araba agli accordi firmati dal Presidente Sadat, lui sì titolato a firmare quegli accordi, è difficile immaginare che un trattamento migliore potrebbe essere riservato ad un Abu Mazen che eventualmente firmasse un accordo di pace. Vale inoltre la pena di ricordare che anche l’Onu approvò ben due risoluzioni di condanna, il 6 e il 12 dicembre 1979, contro l’Egitto che aveva concluso con Israele una pace separata – cosa, allora come oggi, inevitabile dal momento che la quasi totalità degli stati belligeranti continuano a rifiutare qualunque ipotesi di negoziato e di accordo con Israele – e, addirittura, dichiarò nullo tale accordo (qui e qui i testi delle due risoluzioni). Nel 1994 anche la Giordania concluse una pace separata con Israele, e se non vi furono conseguenze negative, viene da pensare con un pizzico (forse) di cinismo, fu solo perché a togliere di mezzo re Hussein arrivò prima il cancro. Ricordiamo, per inciso, che nel frattempo, nell’ambito degli accordi di Oslo, era nata l’ANP, Autorità Nazionale Palestinese, teoricamente svincolata dall’obbligo statutario dell’OLP di perseguire la distruzione di Israele (qui la Costituzione di al-Fatah, sua principale componente), in realtà, in quanto emanazione dell’OLP, legata agli stessi vincoli. Alle considerazioni di carattere politico va poi aggiunto il fatto che l’islam vieta ai musulmani di stipulare veri e propri accordi di pace con i non musulmani (Dal Corano 5:51: "O voi che credete, non sceglietevi per alleati i giudei e i nazareni, sono alleati gli uni degli altri. E chi li sceglie come alleati è uno di loro. In verità Allah non guida un popolo di ingiusti" e 5:57: "O voi che credete, non sceglietevi alleati tra quelli ai quali fu data la Scrittura prima di voi, quelli che volgono in gioco e derisione la vostra religione e [neppure] tra i miscredenti. Temete Allah se siete credenti." “La fine dei giorni sopraggiungerà solo quando i musulmani uccideranno tutti gli ebrei. Verrà l’ora in cui il musulmano muoverà guerra all’ebreo e lo ucciderà, e finché vi sarà un ebreo nascosto dietro una roccia o un albero, la roccia e l’albero diranno: musulmano, servo di Dio, c’è un ebreo nascosto dietro di me, vieni e uccidilo” (Muslim, 2921; al-Bukhaari, 2926). E, sempre per al-Bukhaari: "per Allah, e se Allah vuole, se faccio un giuramento e successivamente trovo qualcosa migliore di quello, allora faccio ciò che è meglio e faccio ammenda per il giuramento."), divieto che, soprattutto in questi tempi, difficilmente i dirigenti palestinesi potranno permettersi di trasgredire. In queste ultime settimane ci sono state dure discussioni sull’opportunità di aprire le trattative con o senza precondizioni, ma gli americani sembrano non preoccuparsi di questi aspetti fondamentali, tutti tesi come sono a raggiungere il loro obiettivo, cioè superare le elezioni, e non certo preoccupati di raggiungere un accordo che anche loro sanno impossibile. Se Netanyahu riprendesse, alla scadenza dei 10 mesi di interruzione, le costruzioni sospese nei territori di Giudea e Samaria (e tralasciamo, in questo contesto, di occuparci di quelle di Gerusalemme, problema ancor più complesso e intricato), i palestinesi, hanno preavvertito, interromperebbero subito i negoziati. Ci si dovrebbe a questo punto domandare perché abbiano aspettato tanto a lungo prima di acconsentire a sedere allo stesso tavolo degli israeliani: la sospensione non era stata concessa proprio in risposta alle richieste palestinesi, come condizione preliminare per iniziare una trattativa? Di chi dunque la responsabilità se durante questi dieci mesi di sospensione le trattative non sono iniziate? Concediamoci tuttavia una botta di ottimismo e immaginiamo che i palestinesi non interrompano immediatamente le trattative e che queste partano regolarmente. Immaginiamo, giusto come ipotesi, che Netanyahu, ufficialmente o ufficiosamente, tenga ancora bloccate le nuove costruzioni. E immaginiamo anche che si arrivino a delimitare i territori che gli arabi, sconfitti nelle varie guerre che si sono succedute dal ‘48 in avanti, concederanno agli israeliani vincitori di quelle guerre (e già questo è un ben anomalo modo di procedere, quando da che mondo è mondo sono sempre state le potenze vincitrici a imporre le proprie condizioni). Ed infine immaginiamo ancora che Netanyahu non pretenda l’accettazione da parte palestinese di uno Stato di Israele che si definisca “stato ebraico” (cosa che Abu Mazen non potrebbe mai accettare, in quanto per l’islam qualunque terra che sia stata in passato islamica, fosse anche per un solo giorno, dovrà restare islamica per sempre). A questo punto, se anche si fossero risolti gli altri problemi, ci si scontrerebbe sul problema dei profughi che il mondo, e l’ONU per prima, sta ignominiosamente tenendo aperto da 62 anni, concedendo quanto non ha permesso altrove, e quanto nessuna logica può giustificare. Quella stessa ONU ha avallato il trasferimento, nei medesimi anni del dopoguerra, di oltre 10 milioni di profughi tedeschi (non necessariamente colpevoli per i crimini del nazismo), di milioni di induisti cacciati dal Pakistan e di altri milioni di musulmani cacciati dall’India, e via via, seguendo la stessa logica, nelle varie aree di conflitto fino ai più recenti trasferimenti di popolazioni greche dalla Cipro occupata militarmente dalla Turchia, e delle varie etnie all’interno della ex Yugoslavia; tutti trasferimenti dettati dalla corretta logica di cercare, nelle varie nazioni, una omogeneità etnica e religiosa necessaria per creare condizioni di stabilità (qui un ricco e documentato articolo di Ben Dror Yemini sul tema). Israele non potrà mai accogliere quei milioni di uomini, donne e bambini che nessuno stato arabo vuole, che non sono mai vissuti in quelle terre, e che non potranno mai integrarsi nella civiltà israeliana anche a causa degli insegnamenti che, da sempre, sono stati loro impartiti dagli arabi e dagli occidentali (questi ultimi, non dimentichiamolo, per via degli enormi interessi in gioco). Se addirittura si applicassero le proposte fatte nel 2004 dall’allora segretario dell’ONU Kofi Annan per risolvere il problema dei profughi ciprioti, Israele, lungi dal doverne accettare di nuovi, dovrebbe espellere molti musulmani residenti nello Stato. Non vi è oggi spazio per trovare una soluzione a questo problema, dato il modo in cui è stato, fin dall’inizio, impostato e gestito, così come non ha potuto trovarlo il negoziatore Mitchell. E poi rimane ancora il problema di Gerusalemme, per la quale gli arabi rifiutano perfino di ammettere i legami storici che gli ebrei hanno con la città, atteggiamento che toglie ogni spazio residuo alla possibilità di una trattativa. Qual è allora la strada da perseguire? È triste dirlo, ma non è l’apertura di questi negoziati. Uno dei mantra più gettonati fra le anime belle, da decenni ormai, è che “le guerre non hanno mai risolto niente”. Ebbene, chi lo afferma o ignora la storia, o mente in malafede, perché un semplice sguardo a tutta la storia passata permette di constatare che, al contrario, spesso le guerre hanno risolto i problemi per i quali erano state scatenate, fossero essi di natura religiosa, o politica, o territoriale o di qualunque altro genere. Non si vuole certo, con questo, affermare che la guerra sia bella, o buona, o giusta – e meno che mai santa – ma solo fare un po’ di chiarezza: che le guerre non risolvano i problemi è falso. Le guerre possono risolvere, e spesso di fatto risolvono, i problemi (e magari capita anche che, dopo una pesante sconfitta, riescano ad aprire la porta alla democrazia, vedi Germania, vedi Italia, vedi Giappone). A condizione che vengano lasciate combattere. A condizione che fra i contendenti non si intromettano entità estranee e interessi estranei. A condizione che alle guerre venga consentito di giungere alla loro naturale conclusione: la vittoria del più forte. Ed è questo che non è MAI stato fatto nelle guerre combattute da Israele: ogni volta che Israele, aggredito allo scopo di annientarlo, stava per prendere il sopravvento, ogni volta che Israele stava per avere ragione degli eserciti nemici o delle organizzazioni terroristiche, ogni volta che Israele è stato in procinto di concludere finalmente, in modo definitivo, questa che si avvia ormai a diventare una delle guerre più lunghe della storia dell’umanità, l’intero consesso internazionale si è massicciamente mobilitato per impedire che ciò avvenisse. Ed è per questo che, per fare un solo esempio, quando l’Onu e il mondo intero hanno imposto a Israele di interrompere la guerra del 1967 prima di giungere a una vera, definitiva sconfitta dei suoi nemici, tutti gli stati arabi si sono potuti permettere di respingere in blocco tutte le richieste contenute nella risoluzione 242 (no al riconoscimento, no al negoziato, no alla pace) e continuare lo stato di belligeranza. Qualcuno immagina forse che si sarebbe potuto fermare Hitler con qualche bel discorso? O lanciando palloncini colorati? O con qualche pressione internazionale? O magari con la “politica della mano tesa” e generose concessioni? Qualcuno si è illuso di poterlo fare, e si è puntualmente realizzata la profezia lanciata già nel 1938 da Churchill: “Potevate scegliere tra la guerra e il disonore. Avete scelto il disonore. Avrete la guerra". E le parole di Churchill rimangono sempre di scottante attualità: negoziare con chi ti vuole distruggere senza averlo prima sconfitto non porterà non solo l’onore, ma neanche la pace. Discorso cinico? No, semplicemente realistico. Che spiacerà soprattutto agli israeliani, talmente desiderosi di pace da essere disposti, in nome di essa, quasi a tutto, ma sessant’anni di guerra preceduti da quasi trent’anni di terrorismo sono lì a dimostrare che ogni altra via è destinata al fallimento. E di un altro mantra occorrerà sbarazzarsi al più presto: quello della “proporzione”. Quando ci si avventura in una contesa, sia essa una guerra di offesa, una guerra di difesa, un incontro di calcio o una partita a briscola, non lo si fa per essere proporzionati: si fa per vincere. Altrimenti la contesa continuerà all’infinito in una situazione di sostanziale stallo, con un interminabile stillicidio di morti, da una parte come dall’altra. Perché non solo in medicina, ma anche in politica e in guerra, il medico pietoso fa la piaga purulenta: ricordarlo farebbe un gran bene a tutti. E soprattutto alla pace.
Barbara Mella Emanuel Segre Amar
29 agosto 2010
“VOI EBREI”
È stato a un corso di aggiornamento, un po’ di anni fa. Qualunque insegnante sa che quelli per i corsi di aggiornamento sono in assoluto i soldi peggio spesi nel campo dell’istruzione: quelli che vanno a insegnare agli insegnanti come si fa a insegnare, normalmente, sono o insegnanti che hanno smesso di insegnare perché non sono capaci di farlo, o persone che non hanno mai insegnato e non hanno la più pallida idea di che cosa sia l’insegnamento, di che cosa sia una classe. Dal che si può facilmente immaginare l’utilità e l’efficacia di questi corsi, ma siccome fino a pochi anni fa era obbligatorio, anche se era una colossale perdita di tempo mi toccava andarci lo stesso. Una volta è venuto un noto psicoterapeuta e docente di una nota università italiana, a insegnarci come si gestiscono i bulli e i casi difficili in generale. A parte il fatto che lui era abituato a trattare i casi singoli ed è rapidamente emerso che non aveva la più pallida idea di che cosa siano le dinamiche di classe; a parte il fatto che il suo mantra preferito era “qualunque cosa vi dica il bambino, mai scandalizzarsi, mai criticarlo, mai colpevolizzarlo, mai dirgli che ha sbagliato, mai giudicarlo”, e ogni volta che un insegnante diceva “mi è capitato così, ho fatto cosà e non ha funzionato”, evidentemente nella speranza di sentirsi suggerire dall’esperto un’idea migliore di quella che aveva avuto lui, la risposta è stata regolarmente “e ci credo che non ha funzionato, non avrebbe potuto fare una cosa più sbagliata” e non c’è stata una sola volta, in sedici ore di incontro, che abbia dato un solo suggerimento; a parte tutto questo, lo scopo principale del corso era quello di insegnarci – affinché noi potessimo poi insegnarlo ai nostri alunni – come si controllano le emozioni, e in questo campo il mantra era “non esiste niente al mondo per cui valga la pena di perdere la calma” (e anche: “Quando un bambino mi dice questo non lo sopporto, questo è insopportabile, gli rispondo non è vero, se sei vivo vuol dire che si può sopportare”. Quindi, secondo la sua ferrea logica, dato che quasi tutti sopravvivono a uno stupro, anche da bambini, ciò significa che gli stupri sono una cosa sopportabilissima). Beh, sono bastate un paio di provocazioni ben piazzate da parte di una collega per farlo sbarellare alla grande e scatenargli una vera e propria crisi isterica, con strilli da gallina nevrastenica. Ma non è di lui che voglio parlare, bensì di un’ochetta che tanto per cominciare è venuta a raccontarci che circa un terzo dei nostri scolari avrebbero problemi di apprendimento: evidentemente deve avere osservato la propria famiglia e pensato che quello che osservava lì fosse la regola. Vabbè. In compenso aveva idee formidabili per vivacizzare l’insegnamento. Ad un certo punto, per esempio (ricordo, per chi non lo sapesse, che io insegno italiano come seconda lingua a scolari di madrelingua tedesca), ha detto: “Se dovete far esercitare gli aggettivi, perché fare serie di noiosissimi esercizi? Si può ottenere lo stesso risultato facendo dei divertenti indovinelli in cui si usano, appunto, degli aggettivi. Per esempio dico: è rotonda, è di gomma, serve per giocare: che cos’è?” E io, tutta contenta di avere la risposta, ho subito cominciato ad agitarmi sulla sedia e sventolando il braccio ho gridato: “Io lo so! Io lo so! È una tetta al silicone!” Hanno riso tutti tranne lei, non ho capito perché. Ma la cosa che più mi ha disturbato di tutto ciò che è avvenuto in quei due giorni di pseudoaggiornamento, è stato il suo continuo ripetere: poi vi dico, adesso vi spiego, dopo vi faccio vedere... Era un senso di fastidio intenso, epidermico, come quando il gesso stride sulla lavagna, e ci ho dovuto riflettere per mettere esattamente a fuoco quale fosse il problema. E alla fine ho capito che era proprio l’uso del voi. E mi sono resa conto che io in classe non lo uso quasi mai; normalmente dico noi: adesso leggiamo, vediamo, facciamo, impariamo, proviamo... Perché noi, io e loro, stiamo perseguendo uno scopo comune, il loro apprendere, ed è solo lavorando insieme che lo possiamo raggiungere. Il voi lo uso unicamente quando sono arrabbiata; lo uso, per esempio, quando dopo un test andato male gli faccio la lavata di capo: voi credete di essere furbi, voi vi immaginate di poter andare avanti senza studiare, beh, vi garantisco che vi sbagliate, e di grosso, anche. Perché il voi serve unicamente a prendere, anzi, a marcare, le distanze. Il voi serve a tirare su barricate. Il voi serve a stabilire la superiorità dell’io sulla controparte. Il voi serve a manifestare ostilità. È stato in quel preciso momento che mi sono improvvisamente, per la prima volta, resa conto di che cosa realmente significhi l’espressione “voi ebrei”. Ed è stato in quello stesso momento che ho capito perché, non per ragionamento ma per istinto, io non l’ho mai usata.
barbara
28 agosto 2010
LA VECCHIAIA PORTA SAGGEZZA?

mah...
barbara
28 agosto 2010
INCREDIBBBILE
Mi hanno chiamata dall’ospedale. Dice che c’è stato un errore: mi hanno messo in conto il ticket per il test del campo visivo, che invece non dovevo pagare perché rientra fra le prestazioni connesse all’intervento. Dice che si scusano tanto per l’errore, e che quando voglio posso passare alla cassa, dove il responsabile è già stato avvertito, per farmi restituire i soldi ingiustamente pagati.
barbara
27 agosto 2010
DUE PAROLE SULLA RELIGIONE DI PACE
La Palestina fu devastata e saccheggiata. Poi gli arabi passarono in Cilicia, facendo prigionieri i suoi abitanti e deportandoli. Quindi Mu'awiya inviò Habib ibn Maslama in Armenia, all'epoca dilaniata dalle contese tra i vari satrapi. Per suo ordine la popolazione di Euchaita (sul fiume Halys) fu passata a fil di spada; quelli che riuscirono a farla franca furono ridotti in schiavitù. Secondo i cronisti armeni gli arabi, dopo aver decimato gli abitanti dell'Assiria e costretto molte persone ad abbracciare l'islamismo, «entrarono nel distretto di Daron [a sud-ovest del lago Van], che saccheggiarono e in cui versarono fiumi di sangue. Pretesero il pagamento di tributi e si fecero consegnare donne e bambini». Nel 642 presero la città di Dvitt e annientarono la popolazione a colpi di spada. Poi «gli ismailiti ripresero la via per la quale erano venuti, trascinandosi dietro una moltitudine di prigionieri: in tutto 35.000». L'anno seguente, secondo lo stesso cronista, gli arabi invasero di nuovo l'Armenia, «portando con sé lo sterminio, la rovina e la schiavitù». Fermatosi in Cappadocia, Mu'awiya saccheggiò tutta la regione, catturò molti uomini e fece un grosso bottino. Poi condusse le sue truppe a devastare l'intera zona di Amorium. Anche Cipro fu razziata e depredata (649); quindi Mu'awiya si diresse verso la capitale Costanza (Salamina), su cui stabilì il suo dominio con un «grande massacro». Il saccheggio dell'isola si ripeté una seconda volta. Nel Nord Africa gli arabi fecero migliaia di prigionieri e accumularono un ricco bottino. Mentre le piazzeforti resistevano, «i musulmani erano impegnati a percorrere in lungo e in largo e devastare il paese sguarnito». Tripoli fu saccheggiata nel 643, Cartagine fu interamente distrutta e rasa al suolo, e la maggior parte dei suoi abitanti venne uccisa. Gli arabi misero a ferro e fuoco il Maghreb, ma ci volle più di un secolo perché riuscissero a pacificarlo e a venire a capo della resistenza berbera. Le guerre proseguirono per mare e per terra sotto i successori di Mu'awiya. Le truppe arabe saccheggiarono l'Anatolia con ripetute incursioni; le chiese furono incendiate e profanate, e tutti gli abitanti di Pergamo, di Sardi e di altre città furono fatti prigionieri. I centri greci di Gangres e Nicea furono distrutti. Le cronache cristiane del tempo parlano di intere regioni devastate, di villaggi rasi al suolo, di città incendiate, saccheggiate e annientate le cui popolazioni furono integralmente ridotte in schiavitù. Come si può constatare, non sempre gli abitanti delle città vennero risparmiati: spesso subirono il massacro o la schiavitù, sempre accompagnata dalla deportazione. Fu il caso dei cristiani di Aleppo, Antiochia, Ctesifonte, Euchaita, Costanza, Pathos (nell'isola di Cipro), Pergamo, Sardi, Germanicea (Kahramanmarafl) e Samosata, per citare solo alcuni esempi. Durante l'ultimo tentativo degli omayyadi di sottomettere Costantinopoli (717), l'esercito arabo comandato da Maslama effettuò una manovra a tenaglia dal mare e da terra, e devastò l'intera regione prospiciente la capitale. L'obbligo religioso di combattere i cristiani comportava uno stato di guerra permanente che quattro volte all'anno - in inverno, in primavera, in estate e in autunno - si traduceva nell'organizzazione di razzie (ghazwa). Queste consistevano talora in brevi incursioni a scopo di saccheggio nei villaggi harbi limitrofi, al fine di accumulare bottino, rubare il bestiame e decimare gli abitanti del villaggio con la schiavitù. Altre spedizioni, guidate dal califfo in persona, richiedevano preparativi militari consistenti. Le province venivano devastate e incendiate, le città saccheggiate e distrutte, gli abitanti massacrati o deportati. I primi califfi abbasidi, alla testa delle loro truppe di arabi e schiavi turchi, continuarono a dirigere personalmente i raid contro l'Anatolia bizantina e l'Armenia. Durante il sacco di Amorium (838), consegnata agli arabi da un traditore musulmano, il califfo al-Mu'tasim fece passare a fil di spada 4000 abitanti; le donne e i bambini furono portati via e venduti come schiavi, mentre i prigionieri greci che non potevano essere deportati furono finiti sul posto. Una rivolta scoppiata fra loro fu punita con lo sterminio di 6000 greci. Nonostante la frammentazione dell'Impero arabo in emirati o province semiautonome, le razzie compiute in nome del califfo per accumulare bottino e schiavi proseguirono, con alterne fortune, nel corso dei secoli. Negli anni 939-940 Sayf al-dawla, celebre per le sue guerre contro gli infedeli, devastò Mush, in Armenia, e l'intera regione di Coloneia con i villaggi circostanti. Negli anni 953-954 incendiò la zona di Melitene, catturando parte dei suoi abitanti. Due anni più tardi partì «per il territorio greco e vi compì un'incursione, nel corso della quale si spinse fino a Harsan [Armenia] e a Sariha, prese molte fortezze, fece prigionieri di ambo i sessi e costellò il suolo greco di massacri, incendi e devastazioni». Nel 957 Sayf al-dawla incendiò le città della Cappadocia e la regione di Hisn Ziyàd (Kharput) in Armenia, riducendo in schiavitù le donne e i bambini. L'emigrazione dei nomadi turkmeni segnò la ripresa del jihad arabo. Nell'XI secolo: «L'Impero dei turchi si era esteso fino alla Mesopotamia, alla Siria, alla Palestina [...]; i turchi e gli arabi erano fusi come un unico popolo». Per quanto riguarda la parte occidentale del dar al-islam, la Spagna, conquistata nel 712, divenne per secoli il teatro per antonomasia del jihad. Qui le ondate di immigrati islamici, arabi e berberi si erano appropriate dei feudi coltivati dagli abitanti del luogo, tollerati, in base alle circostanze della conquista, in veste di tributari o di schiavi. Ma le diverse tribù arabe che conducevano una vita nomade al Sud (kalb), o al Nord e al centro dell'Arabia (qays), emigrate nel Maghreb e quindi in Spagna, si erano accaparrate le terre migliori, relegando i berberi nelle regioni montuose. Queste ondate successive di immigrati, provenienti dall'Arabia e dai territori conquistati - Mesopotamia, Siria, Palestina -, una volta insediatesi stabilmente in Spagna iniziarono a terrorizzare la Provenza. Risalendo fino ad Avignone, devastarono la valle del Rodano con ripetute razzie. Nel 793 i sobborghi di Narbona vennero incendiati e la sua periferia saccheggiata. Gli appelli al jihad attiravano orde di fanatici che affluivano in massa nei ribat (conventi-fortezze) di cui erano costellate le frontiere ispano-islamiche, e da cui partivano i saccheggi delle città e gli incendi delle aree rurali. Nel 981 la città di Zamora (Regno di Leon) e le campagne circostanti subirono la devastazione e la deportazione di 4000 prigionieri. Quattro anni dopo, anche Barcellona fu incendiata e quasi tutti i suoi abitanti furono trucidati o ridotti in schiavitù; Coimbra, conquistata nel 987, rimase un deserto per molti anni; Leon fu demolita e le zone rurali limitrofe furono devastate dai raid e dagli incendi. Nel 997 Santiago di Compostela fu saccheggiata e rasa al suolo. Tre anni più tardi, le truppe islamiche misero a ferro e fuoco la Castiglia, e la popolazione catturata durante queste spedizioni fu deportata e ridotta in schiavitù. Le invasioni degli almoravidi e degli almohadi (XI-XIII secolo), dinastie berbere del Maghreb, segnarono la ripresa della guerra santa. (Bat Ye’or, Il declino della cristianità sotto l’islam, Lindau, pp.54-57)
E da allora non hanno mai smesso. Nel 1929 venne il massacro di Hebron, di cui possiamo vedere gli effetti in questo straordinario filmato inedito dell’archivio Spielberg (chi sentisse il bisogno di una rinfrescata può andare a rileggere qui e qui). E adesso, per completare l’opera, vogliono costruire il monumento alla jihad a Ground Zero – anche se qualcuno ha finalmente capito che l’idea di costruire una moschea lì, in realtà, non è altro che il frutto dell’ennesimo complotto sionista...
barbara
26 agosto 2010
DALLA POSTA DI TANTO TANTO TANTO TEMPO FA...
Film: Il postino (poesia allo stato puro) Libri: Il gattopardo (mai visto scrivere così) Musica classica (Bach ma col contagocce) Musica leggera (Smashin' Pumpkins e Led Zeppelin ma col contagocce) Sport (lo sai già) Passatempo preferito 1: pub a bere birra e ruttare guardando una partita di calcio del mio team del cuore Passatempo preferito 2: dita nel naso Passatempo preferito 3: andare con la mia moto nera e la giacca di pelle nera con le frange ad un raduno di motociclisti a bere birra e mangiare salsicce kosher Domeniche: radiolina all'orecchio quando il mio team è in trasferta Segni particolari: tatuaggio all'avambraccio sx e orecchino Altezza: 1,65 Peso: 85Kg Ci vediamo a PD?
Auto: Golf Gti nera pulita Moto: Harley, ti monto solo se ti metti i pantaloni di pelle Musica: Britney Spears - tecno Sabato: sballo Domenica: Stadio Telefonino: tre Vacanze: Ibiza Libro: non mi ricordo Attori: Christian de Sica Attrici: Edwige Fenech Film: Un estate al mare Ci vediamo a Pd?
Poi ci siamo visti. A Pd. Tanto tanto tanto tempo fa.

barbara
e pensare che
| inviato da ilblogdibarbara il 26/8/2010 alle 23:5 | |
25 agosto 2010
INDOVINA INDOVINELLO
Dove sono state scattate queste splendide foto?



































Signore e signori,
benvenuti a Gaza!
25 agosto 2010
LA BAMBINA CON I SANDALI BIANCHI
A voi infelici, umiliati, feriti, reclusi nelle galere della Repubblica o nei pregiudizi dei suoi cittadini; a voi che avete sofferto e ancora soffrite dico forte: alzate la testa! Sognate! Credeteci! Progredite!
Attraversare l’inferno – la miseria delle bidonville, una madre ostile e sadica, una famiglia, nel migliore dei casi, insensibile, un ambiente più o meno larvatamente razzista, un incidente che le ruberà anni di vita e la lascerà segnata per sempre, una famiglia araba musulmana che rivendica la proprietà delle figlie femmine e il diritto di decidere la loro sorte (impressionante quando, ancora giovanissima, si fa deflorare dal primo che le capita a tiro all’unico scopo di non essere più spendibile sul mercato dei matrimoni combinati; e quando, arrivato il momento, comunica che non possono farla sposare al cugino che lei ha soprannominato “rasoterra” perché, appunto, non è più vergine, prima il fratello la riempie di botte, poi la madre molto tranquillamente dice che non importa, basterà che al momento opportuno si infili un pezzetto di vetro nella vagina, e quello la farà sanguinare quanto basta per ingannare il marito) – e riuscire a riemergere. Riuscire a sconfiggere, oltre all’inferno intorno, anche l’inferno dentro. Lottando con tutte le proprie forze. Con indomabile volontà. Con inesauribile energia. E con una indistruttibile fede in se stessa e nelle proprie capacità (perché, come diceva quel tale, Se lo vorrete non sarà un sogno). È un libro forte che può dare qualche importante lezione anche a ciascuno di noi.
Malika Bellaribi, La bambina con i sandali bianchi, Piemme

barbara
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